Del perché Friends sia la miglior sit-com di tutti i tempi. Ebbasta.

Dice: è mainstream. Vero. Ari-dice: alcune puntate sono solo dei riempitivi con riassuntini per fare volume. Ari-vero. Epperò, che goduria. Metti una puntata a caso, rigorosamente in inglese con sottotitoli, e vai tranquillo. 20 minuti di puro relax, battute fulminanti, personaggi memorabili e in generale, classe, metodo, costanza. Già, perché bisogna averne a pacchi per durare dieci stagioni al ritmo di 24 puntate l’anno, che, vediamo, vuol dire pressappochisticamente sfornare circa una puntata ogni due settimane, festivi compresi. Ari-ari-dice: ebbé, sticazzi, c’è un canale televisivo ammeregano dietro, mica un bloggerino qualunque in un minuscolo spazio vitale. Cazzo ti immedesimi? Ari-ari-vero. Epperò, Oh. My. God. L’alchimia tra i personaggi, l’umanità e franchezza cinica dei dialoghi proprio come avviene tra amici, i sottotesti impliciti e poi esplicitati, gli alti e bassi umorali e fisici dei personaggi nel corso della decade. Mai vista una così. Ok, lo ammetto. Sono una vedova inconsolabile di Friends. Quasi come dei Bitolz. Non come Twin Peaks, questo no. Ma quasi quasi. Altro sport, altro campo da gioco. Epperò. Vaco distrattamente abbandunato alla ricerca di frammenti sparsi nelle serie tv e film successivi. Rachel sfonda ma non spacca, Cougar Monica, you’re nearly a laugh but you’re really a cry, Joey in Episodes, ottimo, ma non riesce proprio a farsi perdonare lo spin-off devastante, Phoebe in Frankie e Grace, pallida imitazione della adorabile dea che fu. Good stuff, mostly. Sì, ok. Ma tornando alla similitudine precedente, dopo la diaspora non siamo manco vicini al livello di Paul e Ringo, ché George o John lasciamoli proprio stare. Se poi riguardi la puntata perfetta, la s02e07, capisci perché. La guardi. La riguardi. Infinite volte. Come Imagine. Come i Peanuts. Come il Pilot di Twin Peaks. Come Italia-Brasile dell’82 o Italia-Germania del 2006, come Borg-Mc Enroe a Wimbledon. Come il rientro di Jordan coi Bulls. Come Pulp Fiction, come Il ritratto di Dorian Gray. Come la rovesciata di Ronaldo o la pennellata di Pinturicchio. Come il monologo di Amleto. Come la pizza di Sorbillo o le tagliatelle al ragù di mamma. Proprio come You’re the top di Cole Porter. Come i sorpassi di Gilles su Arnoux o l’impresa di Ayrton a Donington. Come la Cappella Sistina. Come together. Just like heaven. Come la gran partita di Wolfy. “Sulla pagina sembrava… niente! Un inizio semplice, quasi comico: appena un palpito, con fagotti, corni di bassetto, come lo schiudersi di un vecchio cofano. Dopo di che, a un tratto, ecco emergere… un oboe! Una sola nota sospesa immobile, finché un clarinetto ne prende il posto, addolcendola con una frase di una tale delizia! Quella non era la composizione di una scimmia ammaestrata. No, era una musica che non avevo mai udito, espressione di tali desideri, di tali irrefrenabili desideri. Mi sembrava di ascoltare la voce di Dio“. Ecco. Bravo Sal. Dillo tu, a nome e per conto di tutti i mediocri. Cambia strumenti, note e musica con gli attrezzi del mestiere degli altri, e, toh, guarda, hai colto lo spirito, lo sai, grezzo sì, primitivo sì, magari perfino grottesco, eppure qualcosa di inesplicabile mi dice che questo potrebbe essere proprio quel di cui vado blaterando.