La solitudine del primo

Arcade machine. Anni 80. Le sale giochi, luoghi di perdizione frequentati da gente malfamata, che fuma, impreca e vive d’espedienti, fa letteralmente i salti mortali, corre a velocità folle, salta ostacoli d’ogni tipo, ingurgita strane pasticche che ti rendono apparentemente invincibile per un tempo piccolo e in realtà ti espongono a rischi terribili, come palline di flipper impazzite che vanno inesorabilmente sempre più giù. Oh, gravity, thou hearthless bitch. E poi menano che ti rimenano in mezzo alla strada, sparano a ogni oggetto più o meno volante e più o meno identificato, pure se fosse la Croce Rossa, che so’ sempre cinquanta punti. Quale fosse il mio arcade preferito è presto detto. Pole position. No contest. Circuito del Cairo. Ore e ore di training ossessivo compulsivo facendo la barba a macchine impazzite, tabelloni omicidi, pozzanghere d’olio micidiali, forze centrifughe e correnti gravitazionali, tutto d’un fiato in bilico tra Santi e crisi di nervi, concedendoti pure una doppietta virtuosistica quasi come in cinquecento. E tutto per quell’evanescente attimo finale e liberatorio, l’arrivo con la donnina discinta che alza il cartellone. E tu, fatto di sguardi e di sorrisi ingenui, tutto orgoglione, ti staccavi finalmente da quella tua appendice elettronica e ti guardavi intorno a vedere se potessi vantarti un po’ ed essere magari portato in trionfo dai tuoi anaffettivi amichetti. O magari e ancor più naivemente, di nascosto, un’improbabile qualcuna avesse captato quel momento di estasi pura e si fosse perdutamente innamorata di te, novello Gilles o Ayrton dal ciuffo ribelle, in un incrocio magico di sguardi ammiccanti, preludio a un’inondazione metaforica di champagne virtuale giapponese, per brindare a un incontro. E invece, al limite, t’eri guadagnato un “Cazzo guardi? Cellai con me? Ah, vabbè. C’avresti mica qualche spicciolo?”. Bei tempi, davvero. Groan.