Robottoni. Robottoni ovunque.

Metti che una sera tuo fratello voglia distrarsi un po’, lobotomizzandosi con un bell’action movie di nuova generazione, di quelli con effetti speciali, colori ultravivaci, volume a palla e tutto il cucuzzaro di stereotipi in Dolby Surround. Metti che pure tu sei in un’eterna fase onnivora, per cui essè o blockbuster per me pari sono, del mio core l’impero non cedo. Contengo moltitudini come fossi una moltisala. E così, parte Pacific Rim – La Rivincita. Ché, poi, rivincita de che, esattamente? Boh. Io del primo match avrò sì e no assistito all’inno iniziale e alla fase di riscaldamento, prima di slippare nell’unconsciousness più totale. Ma vabbè, ariproviamoci. Mostri bruttibruttibrutti che sembrano usciti da un cartone di Goldrake, Mazinga o Jeeg Robot (sigh) messinsieme minacciano la Terra e, ma va’?, Tokio in particolare. I Jagermaister devono corcarli di mazzate a due shottini la volta, onde evitare di far zompare in aria il Sacro Monte Atari, cosa che distruggerebbe il mondo intiero e mi renderebbe oltremodo trishti e pieno di saudjadji. Nel frattempo, però, si radono al suolo in scioltezza grattacieli, strade, ponti e robottini minori, in un massacro di computer grafica che non si era mai visto dal primo episodio e mi trasmette un senso d’ansia depressiva post traumatica. E insomma, mi fa sentire troppo vecchio per queste stronzate. Comunque, tutto si developpa secondo la prassi, eh. Il filmetto è godibile, per chi ama il genere. E ce ne sono tanti, di amatori. Troppi. Escono dalle fottute pareti. E quindi, già do per scontato che ci sarà certamente un terzo, quarto, miliardesimo sequel, sempre più costosamente caciarone, sempre più spettacolarmente e meravigliosamente inutile. E così, quella parte della mia anima snobisticamente d’essè, che sembra quasi non ci sia e invece c’è, si stupisce ancora che non si sa se cacceranno mai un’equivalente barcata di soldoni per dare un senso e un seguito al mio amato Twin Peaks. Ché David ormai c’avrebbe pure ‘na certa e dovrebbe pure sbrigarsi a quagliare. O tempora, o mores. O ccheppalle, stacce, Cuperi’. Essù.