Lupi all’ascolana

E non ha mai criticato un match senza prima, prima vederlo.

Presente. Cioè, qualcosina di Cosenza-Ascoli, l’avrei pure intravista, tra un garbuglio e l’altro. Ad esempio, i nostri erano quelli in rossoblù, gli altri avevano la sacra maglia bianconera, il che li rende disturbantemente simpatici come il Siena zerbinoso, l’Udinese feudo marottiano e il sempiterno pareggiante Cesena. E poi, l’Ascoli è ai miei occhi nostalgici sempre quello di Rozzi, di Mazzone, degli slavi improponibili e di Zigulì, il primo migrante africano ivoriano, ben prima di Drogba, dalla riapertura delle frontiere. Del surfista Bierhoff incompreso da De Sisti e poi esploso in modo imbarazzante. Anche i Picchi sbagliano. Insomma, una marea di ricordi per chi viveva di Panini, Valenti e Martellini. Per cui, si tratta di una squadra blasonata e simpatica, via. Noi ancora la A non l’abbiamo vista manco col binocolo, anche se quest’anno in bilico tra play out e off tutto potrebbe ancora accadere. Seee, come no. Partita d’addio di Baclet, e questo già è qualcosa di epico per chi come me ha riscoperto i lupi dopo quasi vent’anni proprio grazie a lui e agli altri inaspettati eroi della promozione scorsa. Coretti, megafoni, qualche lacrimuccia, baci e abbracci.

Sembra ieri, quando vergavo codesti originalissimi versi a corredo della mia sublimerrima foto dell’Ettore e Andromaca di De Chirico in salsa rossoblu:

Cantami, o Diva, del pelato Baclet l’ira funesta che infiniti addusse lutti ai senesi.

E prima, durante e dopo, un po’ di giuoco per uno che sostanzialmente non fa male a nessuno. Reti bianche, insomma. E va bene così, senza segnare. Ciao, Alèn, insegna ai reggitani le molcezze del mojito a piazzafè.