Atalanta-Juve. Le pagellonze

Tanto tuonò, che piovve sulle tamerici salmastre e arse dell’invincibile armada bianconera, da me ovunquemende e qualunquemende sempidernamende amada a prescindere, per gl’indimendicabili meridi di quesd’oddo anni e fischia. Ieri, però, è andato tutto storto. Capita anche ai migliori.

La ricetta del Gasp è semplice, mutuata dallo chef laziale Inzaghino. Metterla sul ritmo, menare come fabbri e azzoppare qualcuno se si riesce, male che va si prende la palla. E comunque tanto fanno pure loro da soli, ad azzopparsi, intendo. Metti che Bonny si era già autoestirpato una caviglia pria, e che tanto va Chielly all’altrui polpaccio che ci lascia pure il suo. E poi, che fai? Metti a Benny. Ah, no, l’hai sbolognato. Cacy c’ha l’hangover da rientro, ma tanto c’è Descy che può centraleggiare come solo l’erede designato di Maldini puote. Nzomma, sei in una botte de fero attilioregoliana. Risultato: ciao ciao, sogni tripletici. Ciao, ciao, botte di culo alla romana. Benvenute botte salutari, dice l’acciuga. Sarà. Ma l’uscita brucia. Alla coppetta con coriandoli finali e foto di gruppo ero un po’ affezionato e faceva curriculum. Pazienza. Pagelliamo, va’.

Scesny. Stavolta non fa miracoli. Becca tre pappine su tre tiri e tanti saluti.

Descy. Terzino o centrale, è bello da vedere, sventaglia e spazza, ma ha sempre la vaccata boumsonghiana in canna. Spiace, perché è un bravo ragazzo, nessuno lo può negar.

Rughy. La strada per sostituire i due monumenti è ancora una selva selvaggia con Zapati e Gomessi che spuntano d’ogni donde e creano stati confusionali poco interessanti.

Chielly. Esce lui, si spegne il lumicino. Sant’Agricolaccio protettore del polpaccio, salvalo tu.

Alexy. Combatte e si danna, ma non incide e non imbrocca un cross dai tempi del governo Renzi.

Cancy. Si mette sulla fascia di Descy e non lo fa rimpiangere. Purtroppo.

Khedy. Dead man walking, ma non è il caso d’infierire sui cadaveri. In attesa della sua improbabile resurrezione cempionica. Hai visto mai.

Matuy. Lavoro oscuro e stop. Si distingue per il fallo di frustrazione sul torello finale atalantico, così imparano a fare gli splendidi splendenti.

Benty. Elegante e mellifluo. Gli atalantini gli piombano addosso da tutte le parti. Qualcuno avrebbe dovuto fornirgli almeno l’ombrellino di Vilcoyote, così, per fare scena.

Berny. Vorrebbe spaccare il mondo o magari solo la partita. Nisba, stavolta.

Dybby. Dura, la vita del wannabe tuttocampista. Ti mettono le mani in faccia e tu zitto, sotto. E non non ti puoi nemmeno muovere.

Ronny. Inutile avere il più forte dell’universo se non gli dai manco un pallone giocabile. Appena ne arriva uno, a fine partita, quasi quasi la mette. Poveryno.

Costy. Sbatte letteralmente contro il muro bergamascolombiano e rischia di lasciarci pure qualche incisivo, presumibilmente. Evanescente naturale.

Pjany. Vedi Benty. Pochi minuti, senza che nessuno se ne accorga. Manco lui.