Bohemian Rhapsody e fast Freddie

“Being human is a condition that requires a little anesthesia”

Bohemian Rhapsody, il film. E i Queen e Freddie Mercury. Parliamone. Premetto che, in genere, non sono particolarmente appassionato di biopic musicali. La necessità di condensare le moltitudini di sfaccettature dell’animo umano, il rischio di edulcorare o omettere gli aspetti più controversi della vita d’un artista, per motivi legali e non scontentare i fans, porta inevitabilmente a concedersi imbarazzanti e spesso imperdonabili licenze poetiche.

È il caso anche di questo film. Epperò, coinvolge, emoziona, commuove quasi, pur nella sua disonesta ricostruzione storica, per l’onestà di fondo nel tratteggiare l’essenza della maschera grottescamente tragica di Freddie. Citando un altro perfido albionico:

Although I laugh and I act like a clown
Beneath this mask I am wearing a frown“. Controverso, perverso, inverso. Ben lo sa anche Bryan Singer, registone licenziato durante la lavorazione del film in circostanze quantomeno oscure, a quanto si dice non del tutto estranee agli eccessi mercuriani.

Ah. Un’altra lunga premessa doverosa è che per motivi anagrafici, la musica dei Queen è stata una saltuaria e gradita colonna sonora durante la mia infanzia e oltre. Tuttora, nella mia playlist ideale, il buon Freddie ricorre assai spesso. Forse e sorprendentemente anche più dei miei amati Bitols, degli Stones o Dylan. Ricordo pure che a fine anni 70 i Queen erano un gruppo considerato tutto sommato un po’ kitsch, non fighissimo, non come i Floyd o gli Zeppelin, non certo come i Clash, i Pistols o gli emergenti Cure, insomma. Eppure, già allora non li disdegnavo affatto. Tanto da farmi scrivere sul diario i testi di qualche canzone da una mia compagnuccia di scuola. Ricordo l’apparizione a Sanremo con il logo Totip dietro, Beppe Grillo che ci scherza su raccontando d’aver detto loro che era la traduzione del nome della band in italiano. E poi, le colonne sonore. Ornella Muti e Mariangela Melato in Flash. Radio Ga Ga e Metropolis. Highlander e la tristerrima Who wants to live forever. Ma anche le mie musicassette autoprodotte Best of per l’autoradio, in cui inserivo persino l’improbabile Pain is so close to pleasure, oltre alle inevitabili del Greatest Hits I. E il Live Aid seguito in Tv, al mare, nell’85, comprando pure il megamagazine di Rockstar con le fotone dei partecipanti. Queen compresi, ovviamente. Ricordi sparsi, non del tutto sbiaditi, fino alla profonda tristezza nel vedere le ultime immagini di I’m going slightly mad. Insomma, Freddie è un’icona, uno di famiglia, come Gilles, come Jim, come Ayrton, come John (Belushi). Com’era che diceva? “Vivi velocemente, muori giovane e lascia un bel cadavere“. Ecco. A Freddie, nonostante l’aura un po’ sinistra del suo lato oscuro, ci volevo bene, ci.

E allora, dando per assodata la sospensione del senso critico sulla veridicità di quanto raccontato nel film, proverò in breve a raccogliere confusamente un po’ di sensazioni a caldo.

Giudizio critico: sorprendentemente intenso. Rami Malek è bravo bravo, eh, pur se lontano dall’impersonificare completamente Freddie come fece Val con Jim, ad esempio. A mio parere, sarebbe forse più simile e adatto per rifare Mick Jagger, invero. Comunque, abbastanza credibile, via, considerato il prevedibile sforzo stanislasco per studiarne maniacalmente tutte le mossette e movenze. Sputati gli altri tre. Il film, pur evitando di scadere nel morboso, nel patetico e nel macabro, lascia intuire molto del tritacarne in cui è stato frullato, digerito e poi evacuato il nostro eroe, vittima e carnefice di se stesso e del luccicante mondo dello showbiz. Meccanismi non dissimili da quelli che ci hanno privato anzitempo della compagnia della meglio gioventù canterina mondiale e che hanno a che vedere con la frase citata all’inizio. La musica, i processi creativi e mentali che la generano, il lavoro simbiotico di un gruppo, le tensioni disgregatrici interne ed esterne, l’altare, la polvere. Difficile condensare il tutto meglio di così, senza renderlo noioso, indigesto, inverosimile. E questo non è risultato da poco, coi biopic che corrono.

Anyway the wind blows…