Dietrologia, portami via. #Juventus, #Sarri, Guardiola e tutto il resto. #myfivecents.

Sembra plausibile pensare a posteriori che il megascazzo post andata a Madrid tra Allegri e Pavel ci sia stato davvero. Che Nedved rivolesse un sergente di ferro (Andonio o Mou, da lui lodato in modo inverecondo “con lui dappertutto, tranne all’inda”). Che Agnelli abbia detto anche no, grazie. Che allora si sia puntato sul bel giuoco e sulla rivoluzione tennikotattika. Guardiola o Sarri o Gnappo o Zeman. Forse alla fine di questa triste storia, qualcuno troverà il coraggio per affrontare i sensi di colpa e chiedere scusissima ad Acciughina. Aggiungo: il mio adoratissimo Pavelone mi appare totalmente inadatto alle sottili arti diplomatiche che il suo ruolo dovrebbe imporgli. Questa è una roba alla Tyrion Lannister. E lui invece è coerentemente rimasto la solita furia ceca, tutto agonismo e poca lungimiranza. Un Dp o anche un Pirlo probabilmente sarebbero più adatti a pensare quadrimensionalmente. Ma evidentemente ad Andreino va bene anche così. E il fatto di prendere un underdog che destabilizzi l’ambiente sembra ormai una precisa scelta strategica che finora ha ben pagato. So, what’s your point, man? Boh. Chi vivrà, vedrà (cit.).

Per me, inoltre, la conferma di Allegri sarebbe stato un atto di forza pericoloso, spiazzante e clamoroso. Un redde rationem sanguinoso, ma necessario per dare nuova linfa a un prosgettò traballante, ma di fatto insperatamente e cinicamente remunerativo. Un modo per dire, qui comandiamo noi, non i giocatori. Una roba alla Ferguson, alla Wenger. Ma occorreva crederci fino in fondo, E la triade non ci credeva affatto, chi per idiosincrasia, chi per filosofia, chi per logica aziendale. Si è decisa la via milanista post-sacchiana, con Sarri in vece di Capello. Time will tell.