I dolori del giovane Cooper

Era l’alba d’un giorno ben preciso di fine estate dell’83. Mentre su New York calavano le prime ombre della sera, dall’altra parte dell’Oceano, un urlo disperato rotto dai singhiozzi disturbava… – più in basso, verso lo Stivale, la punta, sali un po’, ecco, ci sei, zooommma e inquadra. Metti a fuoco e cammina con me. Eccolo lì, il nostro eroe! Un implume Cooperino, gemente e piangente per la prematura dipartita del suo amatissimo motorino. Un mai troppo rimpianto Sì Piaggio blu, cerchi in lega e pedali troppo presto fuori uso, senza variatore e con quel ficosissimo adesivo giallo fosforescente con l’effigie di Jhon (sic!) Lennon sul parafango posteriore.

Bastardi. Quello era il mio motorino, avrebbe detto Alex Drastico.

La maledizione del motorino

Ciulato senza pietà durante la notte nell’androne di casa, dopo manco due mesi dall’acquisto, da simildelinquentelli locali, probabilmente smembrato e rivenduto a pezzi per due soldi alla fiera dell’Est. Bob’s little helpers at work.

E poco importava se quello era il mio sogno, banale, mainstream, comune a quello d’ogni ragazzino sbarbatello piccoloborghese: il cinquantino per andare a zigozago, in giro per i colli cosentini, rigorosamente senza casco e magari in due, sfidando le leggi della fisica e in barba a ogni codice etico o stradale. Importava ‘na sega se, per comprarlo, avevi faticosamente messo da parte i tuoi risparmiucci e paghette di una giovane vita spezzata, piegandoti docilmente ai mestieri più umili, che fossero l’attraversatore stradale di vecchiette stracariche di bustoni della spesa contenenti plutonio arricchito o lo stornellatore improvvisato di brindisi in rima baciata durante le infinite e pantagrueliche cene di Natale. Se avevi anche biecamente sfruttato il momento di tenera generosità del tuo povero nonnino, che t’aveva promesso di comprartelo se portavi a fine anno una bella pagella. E se quindi eri andato avanti, così per oltre un anno scolastico, discutendo con la famiglia, cambiando le regole, imbrogliando un po’, prendendo una pausa e leccandoti le ferite, ma studiando, studiando, studiando duro, facendoti un mazzo tanto da qui a lì e ritorno, studiando rilassato e libero, come se non ci fosse un domani. Ok, non aveva importanza se te l’avrebbero poi comprato davvero o no, ma come avresti fatto di tutto per averlo, giusto? Be’, a giugno quel tanto agognato simbolo d’evasione e emancipazione, foriero di chissà quali fantasmagoriche avventure adolescenziali, era davvero arrivato. Modello base, novecentomilalirette del vecchio conio da un rivenditore buffaldino. E subito t’eri sentito più leggero, l’odore di miscela al 2% ti faceva girar la testa. E d’incanto, come uno Spiderman appena mozzicato, avevi la sensazione d’essere diventato più figo, più grande, che i tuoi sensi si fossero acuiti, il tuo pisello si fosse allungato tipo mr Fantastic, and hard as Ben Grimm, on fire like Johnny Storm, no more invisible like Susan Storm.

Tipo, quando chiedevi il pieno al tuo benzinaio, proprio come i grandi. E poi le discese ardite e le risalite, pedalando ché non ce la faceva manco spingendo, ché il mitico e forse sopravvalutato variatore per emulare Moser e Saronni sullo Zoncolan e le cime di Lavaredo non te l’eri proprio potuto permettere.

E ancora, quella sua catena gialla col lucchettino tanto stretto al punto che t’avrebbe dovuto preservare da ogni pericolo, e invece. Il pulsantino magico per trasformarlo in bicicletta, utilissimo, se rimanevi senza benza e dovevi pedalare a basso règime fino al benzinaio più vicino.

E poi, finalmente, le vacanze, quelle vere d’una volta, di tre mesi, da giugno a settembre. Il trasporto alla casa al mare avvenuto in circostanze misteriose e ormai dimenticate, presumibilmente nella vecchia 127 di papi, chissà. E tutti quei giringiro, la sensazione di far parte pur non volendo di una esclusiva lobby di ragazzetti motorinisti, lo sguardo ammirato delle pulzelle e tu, che ti sentivi così fiero e orgoglione, in procinto di spiccare il volo per diventare (tuo malgrado) uno bello figo, di quelli che ti stavano pure un po’ sulle balle, invero. E allora, a ricordarti subito che non sei Cesare ma sei comunque un mortale, tutto chiacchiere e patentino, entrino subito le api che ti pungono, ti scioccano e ti roccano, i vigili che fanno pure in tempo a multarti, per provare il brivido del fuorilegge.

Tutto interrotto bruscamente, quell’orrenda mattina del 31 agosto dell’83.

Poi dici che uno passa al lato oscuro.

Maledetto Stanislao Moulinsky, hai vinto anche stavolta.

Easy ride (oh, yeah!)

Tra le tante follie nella mia vita, ce n’è una che sembra quasi fuori contesto. Del tipo, mi guardi e dici, ma che, biker, tu? Ma daverodavero? Apperò, anvedi che pilota, Cooper!

Correva come un gambero l’anno 2003. Cambiamenti epocali in vista. I Savoia rientrano in Italia, a piede libero. Le truppe angloamericane si giuocano un tris fasullo e invadono l’Iraq e un terzo continente a scelta. Il mitologico pioniere di tutti gli hacker Kevin Mitnick è autorizzato a usare di nuovo un computer. Io già avevo avuto questo permesso fin dall’83. Tsk. Esplosioni a pioggia per il globo terracqueo e anche nell’aere, in barba alle speranze immaginare di John Lennon e in linea con le deduzioni difillufe di Kurt Vonnegut. Passando rapidamente, come m’è più consono fare, alle pagine dello sport, Kollina è votato miglior arbitro dell’Universo per meriti giá konquistati illo sekundo tempore sul kampo di Perugia. Michael Jordan si ritira dal basket giocato. Ancora. Michael Schumacher vince il suo sesto titolo di Formula 1. Ancora, e con la Ferrari, per giunta. V. Rossi vince il festival MotoGP, L.Armstrong compie un trionfale tour in France poi revocato e G.Simoni s’aggiudica il campionato ciclistico d’Italia a parziale risarcimento del fallo di sfondamento di Cristiano Ronaldo. Wait. Je suì confuse, escusemuà. Una sola cosa resta uguale, in tutto questo bailamme de tourbillon. Indovina quale? Massì, la Juve che perde un’altra finale di cempionz. E contro il Milan, stavolta, come a dire, manco fino al confine. E allora ditelo.

In questo girotondo d’anime de li mortacci, il nostro eroe pensa bene d’avvertire d’un tratto l’irrefrenabile voglia di customizzarsi un po’. A dispetto della logica. Del senso e la misura. Della creanza. Del senso del ridicolo. Urge hic et nunc cadaunarsi d’una bella moto esagerata, tutta cromata, chissà quanti accappì, per fare tanto brum, con un bel giumbotto di pelle nera che a ben pensarci fa tanto villagepipol. E comunque, già allora faceva un bel po’ crisi di mezza età anticipata. Ai miei benevolmente miopi occhi, era forse un tardivo risarcimento per quel motorino tanto amato e subito ciulato nel pieno del mio e suo vigore adolescenziale. Traumi che segnano, tipo una final… vabbè. Stacce. Quando la sorte t’è contraria etc etc.

E insomma, gira che ti rigira, l’occhio mi cade su una magnifica Yamaha Dragstar 650 Classic, usata pochissimo. Bicilindrica a giunto cardanico. That’s all I know. Segni particolari: aquilotto tamarrissimo sul parafango anteriore. Come resisterle? Sembrava appena uscita da un episodio di Renegade. Quell’orrida serie tv. E io che invece sognavo d’essere un novello Peter Fonda della Cosa, della California, o un più di là da venire figlio dell’anarchia. Born to be wild con la maglia di Calvin&Hobbes. But, nooooo! Comunque, ho scoperto col tempo che c’è una rigida liturgia che pertiene all’essere biker oggi. Una liturgia fatta di saluti quando ci s’incrocia per strada. Di motoraduni a base di birre e salsicce in giro per lo Stivale. Di mercatini delle pulci con toppe very much aggressive e giubbini riesumati con ogni probabilità da (defunti?) biker del secolo scorso. Di processioni profane per centri abitati e stradelle sgarrupate, macinando chilometri tra moscerini, falene e condor spiaccicati sulla visiera con effetto Jackson Pollock combinaguai. Di buche assassine e manto stradale in condizioni menocheperfette. E poi, ventilazione più che apprezzabile, con spifferi gelati penetranti in ogni orifizio, d’inverno, o caldo sahariano alle fermate dei semafori, d’estate. E l’eterna brezza ammazzacervicale della nuova collezione primavera/autunno. E ancora, gli acquazzoni improvvisi effetto saponetta, per provare l’ebbrezza del brecciolino bagnato a scartavetrarti un po’ effetto scrub profondo. Tutta bella robina sooo good for the body. Anyway, il far parte di un club esclusivo di motomani in realtà m’interessava ben poco. Andare a zonzo come ‘no stronzo, that’s my kick. O almeno, lo fu. La mia Deborah (rigorosamente con l’acca, aehm) giace ormai assopita in un buio garage da ben due anni e fischia. In attesa di un nuovo giro di giostra, un momento di follia che mi riporti a indossare con flemma i miei biker boots, la mia biker jacket, i miei biker jeans, i miei biker gloves (mezzi strappati e rammendati, tra l’altro). Insomma, tutto l’armamentario, meritevole d’un Come ti vesti? Special Biker Edition prossimo venturo, protagonista d’un’altrettanto rigida liturgia di vestizione che è già un calarsi nella parte, per sembrare a prima vista uno serio, uno vero. Salvo poi accorgersi con uno sguardo che quel casting era stato un epic fail e non ci sarebbe più stato ritorno.