No, non era quello di Ancora.

Quello è Eduardo. Vabbè, come quando morì Rino Gaetano e la mamma di Venditti gli disse che forse era Mino Reitano. Comunque, personaggione. Da scrittore, filosofo, regista, attore, umorista, persino fotografo (scoprii a Napoli), sciomèn, sciupafemmene. Sempre con quel filo d’ironia disincantata, pregna d’humanitas così nobilmente partenopea. Ingegnere all’Ibm. Mica pizza e fichi. Tanto, a cui ispirarsi, con percorsi scolastici simili, ma non certo così eccelsi. A ciascuno secondo la propria specie, si dice.

Ciao, Lucia’, è stato un piacere rarissimo.

La risposta è… (spoiler)

Finito giusto ora di leggere Hocus Pocus. Kurt Vonnegut. Letto in inglese, come piace a me, per esercizio e diletto, con la solita punta di narcisismo q.b. Traduttore sempre attivo, di corsa. Su iPhone con Google o su Kindle, con il vocabolario direttamente da reader. 1-0 per il Kindle e book al centro. Ché poi, chissà perché i vocabolari su iBooks prima ci fossero, poi siano misteriosamente spariti, all’incirca intorno al momento della presunta dipartita di zio Stiv. Forse facevano parte del suo patrimonio personale e magari gli eredi l’hanno venduti sottobanco ad Amazon. Vallo a sapere. Vonnegut, dicevo. Consigliatomi da un magnifico compagno di fede juventina, grandissima penna, conosciuto eoni fa su Usenet. Un fine intellettuale, cervello in fuga, esiliato in Francia per motivi culinari. Non smetterò mai di ringraziarlo per la dritta libraria. Mattatoio 5, tanto per cominciare. Gli altri sarebbero venuti da sé. Anfatti. È già passato qualche anno. Sono un lettore lento, pigro e inesorabile. Centellino come fossero nobili distillati i libri buoni. E purtroppo, li dimentico con inversa velocità. Ah, lo Zio Kurt. Ne ha scritti un bel po’, di capolavori. Assurdi, stravaganti, improbabili. Eppure, così godibili, diretti, onesti nello smascherare le piccole e grandi meschinità della natura umana, senza mai giudicarle. Come un osservatore esterno Tralfamadoriano. Lui assistette al bombardamento di Dresda. Salinger entrò tra i primi nella Auschwitz liberata. Dickens era stato in fanciullezza Oliver Twist e/o David Copperfield. Hemingway, al fronte che mormorò. Traumi che segnano la vita, lo stile e soprattutto intrecciano il fil rouge dell’opera di uno scrittore. Le meschinità, dicevo. Vonnegut le prende come un dato di fatto inoppugnabile, come in una formula chimica, proprio come farebbe Walter White. To’, guarda. Vonnegut studiò chimica, pure lui, come il mefistofelico Heisenberg. E la passione o comunque il pallino per i numeri emerge anche in Hocus Pocus. Il protagonista termina il racconto con un problemino algebrico da risolvere, per i lettori più attenti (io invece ho dovuto googlare. La natura umana, dicevamo). Gli elementi dell’equazioncina sono disseminati nel libro. La soluzione darà il numero esatto e coincidente delle persone uccise e delle donne amate dal nostro antieroe.

And in the end the life you take

is equal to the love you make.

Avrebbe cantato Paul, se solo non fosse morto. Il numero è sorprendentemente quasi il doppio più alto dell’arcinota costante di Douglas. Ma questo è un dettaglio buono giusto per gli amanti della statistica, com’io pur fui, in una mia vita passata. Ciò che conta davvero, è la cifra stilistica. L’inerzia del libro. Il buon prospetto. La barba al palo. Il pallone facile preda dell’avversario. Luoghi comuni, frasi fatte, formule magiche. E non c’è niente da capire. Solo godere del piacere della lettura, lasciando vagare la mente, sciacquandosi i panni alla fonte altissima, purissima di zio Kurt.

“Giusto perché qualcuno di noi può leggere e scrivere e fare un po’ di matematica, questo non vuol dire che meritiamo di conquistare l’Universo”.

Già.

Next stop: Timequake. Che poi sarebbe l’ultimo, al netto delle raccolte di briciole varie che pian piano raccatterò per strada.

La prima avventura di Cchiotto

Favole per bambini, ne abbiamo? Ma certo, venghino, siori, venghino, ché la storia sta per cominciare.

C’era una volta un anonimo negozio di giocattoli, come se ne vedono tanti nelle nostre città. Era un giorno qualunque di fine primavera. Bambini e adulti si aggiravano tra quegli stanzoni variopinti guardandosi intorno, sgranando gli occhi. Indicavano con desiderio chi la lussuosissima console di videogiochi, chi la bambola supertecnologica che parla e fa di conto, chi l’automobilina motorizzata all’ultima moda, chi addirittura il micidiale fucile mitragliatore visto in tivù. Qualcun altro, troppo immerso nel giochino del suo nuovo cellulare, continuava a camminare a testa bassa, senza manco degnare d’uno sguardo quei meravigliosi balocchi. Eppure, come si erano agghindati a festa, tutti quei giocattoli, in attesa di un bravo padroncino desideroso di adottarli e portarli in una nuova casa! Tra tante sofisticate meraviglie d’ultima generazione, giaceva, quasi indisturbato, un vecchio e logoro cestone in vimini, pieno di antichi pupazzi di peluche, burattini di legno e bambole di pezza. Ognuno di loro stava lì, a osservare distrattamente l’andirivieni, senza ormai far troppo caso a nulla o aspettarsi granché, sbadigliando sonnecchiosamente. Solo uno sembrava essersi finalmente come destato dal lungo letargo. Era un magnifico esemplare di orsacchiotto a pelo color champagne, dagli occhi vivacissimi quasi nascosti dalla folta pelliccia. Cchiotto, questo era il suo nome, aveva infatti intravisto, in lontananza, la persona che stava aspettando da oltre mezzo secolo. Già. Tanto lungo gli era sembrato il tempo trascorso dalla sua nascita e poi dal suo lungo vagare dalla fabbrica al magazzino, e poi dal magazzino al lussuoso negozio di giocattoli nella parte ricca della città, e poi ancora da quella verso l’outlet del centro commerciale poco lontano, giù giù fino al chiassoso negozietto di periferia dove era capitato ora. E quante volte aveva rischiato di finire tra le grinfie di qualche bambino capriccioso e viziato, che l’avrebbe magari preso e scaraventato con violenza contro il muro, per poi abbandonarlo lì per sempre! No, la scelta del padroncino perfetto andava fatta con calma, lui lo sapeva bene. Già, perché è noto a tutti gli orsacchiotti che sono proprio loro a scegliere con cura il padrone al quale si legheranno per tutta la vita. Per questo, a ogni apertura del negozio, aveva ormai da tempo preso a nascondersi abilmente nel cestone per evitare guai. Sempre spiando, però, tra le fessure dei vimini intrecciati, il continuo sciame di bambini trascinati dai loro genitori. Dopo qualche anno, quei bambini li, privi di memoria e ormai cresciuti troppo in fretta, li avrebbe visti tornare allorché, a loro volta, avrebbero trascinato altri, nuovi bambini, per quelle stanze. E così via, fino alla fine dei tempi. Eppure, nel suo enorme cuore batuffoloso, l’orsetto sapeva bene che il padroncino giusto prima o poi sarebbe arrivato, e con lui avrebbe iniziato una nuova vita piena di incredibili avventure. La sua fiducia era incrollabile, a dispetto dei giorni, mesi, anni trascorsi in quel buio cestone, guardando da lontano gli altri giocattoli che di volta in volta si avvicendavano, senza neanche avere il tempo di presentarsi e salutare come si deve, come s’usa fare tra gli orsacchiotti per bene. Ma stavolta, invece, il suo momento sembrava davvero arrivato, eccome!

Qualcosa di meraviglioso stava per accadere.