#BayerLeverkusenJuventus. Le #pagellonze sonnacchiose (indainside) #Juventus

Buffy

Reduce dall’erroraccio col Sassuolo, riappare per una fredda comparsata prenatalizia cempionica, sbrigando le faccende di casa senza troppe ansie, ché alla sua veneranda età non fanno bene.

Rughy

Calmo, compassato, quasi soporifero.

Demy

Nervoso, frenetico, quasi indiavolato.

Dany

Stavolta convincente. Incoraggiante.

Descy

Ottimo e abbondante, il mio storico pupillo.

Pjany

Chi va pjany, etc. Tiene il tempo senza sbavature.

Raby

Ne combina poche buone. La carburazione è lenta. Non sembra il fulmine di guerra decantato da Buffy. Magari un prestito all’Atalanta gli farebbe bene. Ma ci serve ora.

Cuadry

Il novello Padoin. Dove lo metti, sta. E pure da mezzala fa vedere che essere dinamici si puote et non est peccato contra natura.

Berny

Il mio nuovo pupillo mette ancora una volta alla prova la mia fede in lui. Ma io non scendo dal carro, fino alla finale.

Ronny

Gli manca chi lo inneschi di giustezza. Poi entra Dybby e spadroneggia. Rischia di restare offeso per l’abbraccio troppo caloroso d’un invasore aspirinomane.

Higuy

Sonnecchia e imbusta. Imbusta e sonnecchia. Dove si firma?

Dybby

Altro pianeta. Un delitto non farlo giuocare sempre e a prescindere.

Matuy

Entra bello tonico e con un cacciavite in mano fa miracoli, mettendo a posto il centrocampo traballante.

Mury

Facce nuove canterane cercansi. A quando l’andare a San Siro con la nostra cantera dop a spadroneggiare con la cartonanza? (Sigh).

Sarry

Record di punti eguagliato. Ma il gioco ancora è 98% acciughiano. Passerà?

Inda

Garantisce da sempre inaspettate emozioni. Ed è subito video celebrativo tiktokcante. Sniff.

A Natale, solo nei migliori negozi, in edizione limitata. Se potete, inter-cettatene una copia cartonata, andrà a ruba. E, come nelle migliori tradizioni, vince chi arriva terzo.

Ode to #Odo in tre salti The #Doors – the Changeling. #StarTrek #DS9 #GameOfThrones

Qui il salto triplo carpiato sinaptico con avvitamento è di quelli mortali, fatalmente. Unisce la triste dipartita di René Murat Auberjonois, il caro vecchio mutaforma Odo di Deep Space Nine, ai miei amati ancor più vetusti Doors del disco del prematuro congedo di Jim da questa valle di lacrime, fino all’eroico commiato virtuale di Hodor nel Trono di Spade.

Anche oggi va così. Roba indegna, tanto che il povero Kant manderebbe volentieri il suo diaboliko cognato a iniettarmi una dose mortale di pentothal per mantener pura la sua amata logica.

[risatine finte da sit-com]

Ok. Ricomponiamoci. Odo, dicevo. Andiamo per ordine. Di Deep Space dirò che l’ho scoperto tardi, come tutto Star Trek, del resto. Infinite maratone notturne per recuperare la serie originale, poi la Next Generation con tutti i film a contorno, quindi Deep Space Nine e tutto il resto. Voyager, Enterprise. Che, dal mio personalissimo punto di vista, come tutte le serie che hanno proseguito la saga (per non parlare dei nuovi controversi film abramsiani) sono una roba un po’ apocrifa, pur se acriticamente bellerrima o quantomeno potabile. Gli è che, a mio modesto avviso, l’ottimismo da nuova frontiera kennediana di Roddenberry si è sempre più annacquato man mano che passavano gli anni dalla sua scomparsa. Le trame diventavano più complesse, mature, oscure. Pure troppo. Un po’ quel che è avvenuto tra la prima trilogia di Guerre Stellari e le successive. La bonomia un po’ cazzona ammeregana ha lasciato il passo alla fin troppo real sci-fi-politik. Tanto per preparare le nuove generazioni alla guera che gira intorno. Anche il caro vecchio Odo, nel corso delle 7 stagioni ha vissuto cambiamenti e mutazioni interiori che non ne hanno comunque alterato l’aura fondamentalmente positiva e romantica.

Attraverso il wormhole bajoriano, il mio teletrasporto mentale mi porta d’incanto alla canzone d’apertura di L.A. Woman. The changeling. Mutaforma, appunto. That’s life. I had money, I had none. Brother Jim preaching to the choir. E quanto avrei voluto saper cantare come Jim, suonare l’Hammond come Ray o, quantomeno, la chitarra come Robbie. E invece, cicca, cicca, cicca.

Quanto al meme scemo in salsa Trono di spade, vabbè, quello si fa giusto per giocare un po’, per assonanza, cercando di intercettare qualche like viralizzando biecamente. We’re only here for the money, you know.

Ora può partire il contributo canoro di repertorio.

The Doors – The changeling

[Intro]

Ooh

Ooh

Ooh

Get loose

[Verse 1]

I live uptown
I live downtown
I live all around

[Pre-Chorus]

I had money, and I had none
I had money, and I had none
But I never been so broke
That I couldn’t leave town

[Chorus]

I’m a Changeling
See me change
I’m a Changeling
See me change

I’m the air you breathe
Food you eat
Friends your greet
In the sullen street, wow
See me change
See me change, you

[Verse 1 Reprise]

I live uptown

I live downtown

I live all around

[Pre-Chorus]

I had money, and I had none

I had money, and I had none

But I never been so broke

That I couldn’t leave town

[Chorus]

[Outro]

You gotta see me change

See me change

Yeah, I’m leaving town

On a midnight train

Gotta see me change

Change, change, change

Change, change, change

Change, change, change

Change, change, change

Woah, change, change, change

Ooh

Ooh

Ooh

Scioglieti un po’

Io vivo in periferia

Io vivo in centro

Io vivo un po’ dappertutto

Avevo soldi e poi no

Avevo soldi e poi no

Ma non sono mai stato così al verde

da non poter lasciare la città

Sono un mutaforma

guardami mutare

Sono un mutaforma

guardami mutare

Sono nell’aria che respiri

Il cibo che mangi

Gli amici che saluti

Sono nelle strade cupe, wow

guardami mutare

guardami mutare

Io vivo in periferia

Io vivo in centro

Io vivo dappertutto

Avevo soldi e poi no

Avevo soldi e poi no

Ma non sono mai stato così al verde

da non poter lasciare la città

Sì, sono nell’aria che respiri

Il cibo che mangi

Gli amici che saluti

Sono nelle strade cupe, wow

Mi vedrai trasformare

Guardami mutare

Sì, sto lasciando la città

col treno di mezzanotte

Devi vedermi mutare

Mutare, mutare, mutare

Mutare, mutare, mutare

Mutare, mutare, mutare

Mutare, mutare, mutare

Mutare, mutare, mutare.

LazioJuventus. Pagellonze interrotte, svogliate e capricciosette, sbattendo pure un po’ i piedini. #Juventus

Premesso che ho chiuso Dazn all’espulsione rotfl di Cuadry, ecco quanto ho da dire sulla faccenda fino a quel punto. Senza prenderlo troppo sul serio, eh.

Scesny

Pora stella, che pena mi fa. Barzy e Chielly a protezione non si clonano mica. Lui fa quel che può e anche una nticchia in più. Bastasse…

Cuadry

Tra i meno peggio. Scintille coi laziali, poi la catastrofe con concorso di colpa.

Dely

Cresce, sovrasta e perdiamo. Qualquadra non cosa.

Bonny

Vedi Dely con la fascia in più.

Alexy

Anche lui aveva fatto bene, fino a una certa.

Matuy

S’immola lasciandoci quasi tibia e perone. Ma si sa, la var è a colori e il bianconero non lo vede proprio.

Pjany

Tikitaka ispanico, finezze slave. Ma si perdicchia malamente.

Benty

Esce lui, si spegne la luce. Speriamo non sia grave, sarebbe un dramma. Un centro-campo minato.

Berny

Io ci voglio bene, ci. L’equivalente calcistico di Paperino, sbaglia sempre di un epsilon a piacere, anche stavolta. Si rifarà in finale. I want to believe.

Ronny

Segna su azione. Notiziona. Sprinta e va. Altra notiziona. Ora ci vuole tutto il resto intorno. Arriverà.

Dybby

In grande spolvero, ma stavolta non la imbusta. E si sente.

Emry

Una disgrazia turcoalemanna. Bocciato senza appello. Peccato, poteva servire. Forse da centrale difensivo materazzesco o terzinaccio avrebbe un senso. Nell’Atalanta. Oltre, non va.

Dany

Un Marco Motta dall’accento esotico. Meglio i disastri difensivi di Cancy, almeno poteva servire a qualcosa lì davanti.

Higuy

Non giudicato, avevo già spento.

Sarry

Prova a fare miracoli, non è cosa sua. Ad acciughy ride anche il culo.

Nedvy e Pary

Hanno peccato di hybris, sbertucciando acciughy e dando retta al sentimento popolare aizzato da menti raffinatissime tipo adany. Ecco il risultato parziale. Ma si sa, fino alla fine (o già a gennaio), qualche toppa sensata in quello che nel 2015 era il centrocampo più forte al mondo potrebbero ancora riservarcelo. Sempre che gli dei non li puniscano anzitempo per la loro sconsiderata tracotanza.

Dazn

La solita pena. A scatti, senza audio, in ritardo. Fa pendant con la Juve di ieri, insomma.

Francesco #Nuti – Madonna che silenzio c’è stasera. #canzonedelgiorno #songoftheday

Lo spunto per parlare di Francesco Nuti mi viene da due fatti contemporanei e totalmente scollegati tra loro. Il primo, è il recentissimo e commovente omaggio di Giovanni Veronesi.

L’altro è la lunghissima notte dell’Innominato che sto vivendo professionalmente e umanamente, da qualche anno a questa parte.

Ok, niente panico, tranquilli, cambio subito disco.

Francesco Nuti, quindi. Per quelli della mia generazione, è un’icona del Rinascimento comico italiano, di quella nouvelle vague della comicità di fine anni 70 che fece di colpo sembrare più vecchi i mostri sacri della generazione precedente. Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi, i colonnelli della risata. Televisivamente, siamo negli anni di Non Stop e La Sberla, su Rai Uno. Quelli, per intenderci, dei primi sketch irresistibili di Carlo Verdone, della Smorfia con Massimo Troisi e dei Giancattivi con Francesco Nuti, appunto. Sono, quelli, anche gli anni della prima ondata di comici toscani, cioè, essenzialmente, lui e Benigni, ben prima della seconda ondata minore, quella dei Pieraccioni e Panarielli vari. Questo, giusto per fare i didascalici noiosetti e un bel po’ tranchant.

Torniamo a Nuti. Di Francesco colpiva, come talvolta avviene singolarmente anche negli altri Franceschi che ho conosciuto, quella strana doppiezza di un’anima “Topolino – De Sade” (indovina la citazione), perennemente in bilico tra innocenza infantile e feroce cinismo dongiovannesco. Un Buster Keaton fragile, stralunato e talvolta perdente e squattrinato, che tuttavia piaceva sempre tanto alle donne. E che donne, poi. In ordine sparso, andando a memoria, Ornella Muti, Clarissa Burt, Sabrina Ferilli, Carole Bouquet. Mecojoni. E quanto fosse davvero fragile, Francesco, l’abbiamo scoperto registrandone la parabola umana. Prima, il successo clamoroso, televisivo, cinematografico e anche musicale. Poi, l’inaspettato declino e la caduta, purtroppo non solo metaforica, che, dopo Troisi, ci ha cinicamente privato di un altro primattore con ancora tanto, tanto da dire. Che gran peccato, che grande spreco.

La canzone, dicevamo. È incastonata nel suo primo film solista omonimo. Gran bel film, tra l’altro (bellissima, poi, la Angelillo), che rivedo sempre, come per tutti i suoi, con estremo piacere e un retrogusto dolceamaro di sottile dispiacere.

E poi, c’è quel primo verso cantato che racchiude tutta l’inquietudine di ieri sul mio domani odierno. Meno male che ora gioca la Juve, quindi mando il disco e tanti cari saluti.

Fratello Francesco, quanto mi manchi!

Madonna che silenzio c’è stasera – youtube

https://youtu.be/vczUlrdN06U

Che ore sono?

Eh?

Che ore sono?

A chi lo domando, o, un dormo da solo?

Va beh, va’, mi fo il caffè e poi scappo di casa come Coppi sul Tourmalet

Primo, Coppi. Secondo, nessuno.

Alzarsi una mattina e trovarsi senza mestiere

Mettersi i calzini alla rovescia perché, dice, porta bene

Andare dritti in bagno con la paura dello specchio

Lavarsi come un gatto e pisciare come un vecchio

Vestirsi poi di verde

Della speranza e dell’amore

Sognando il Paradiso per poi trovarsi in ascensore

Uscire per la strada,

camminare per la strada,

chiacchierare per la strada

Nel silenzio più totale

Nel silenzio più totale

Eppure è una mattina vera

Guarda tu che è proprio vera

Eppure è una mattina vera

Guarda tu che è proprio vera

Ma qualcuno mi risponde:

Madonna che silenzio c’è stasera…

Madonna che silenzio c’è stasera…

Tornare poi di notte con le scarpe tutte rotte

Camminando trasandato in quel verde mio vestito

Distolgo il mio pensiero

Arruffandomi i capelli

Sperando nell’incontro col signore rosso dei cavalli

Proseguo a piedi uniti per risparmiare fiato

Saluto trenta donne che accompagnano un malato

Sospirare nella strada

Camminare nella strada

Chiacchierare nella strada

Nel silenzio più totale

Nel silenzio più totale

Eppure è una mattina vera

Guarda tu che è proprio vera

Eppure è una mattina vera

Guarda tu che è proprio vera

Ma qualcuno mi risponde:

Madonna che silenzio c’è stasera…

Madonna che silenzio c’è stasera…

Madonna che silenzio c’è stasera…

Piero Abbruzzese – Cuore di figlio #bookoftheday #librodelgiorno

Un atto dovuto. Una montagna russa emozionale inevitabile. Quando vivi un’esperienza simile, sperando ancora in un chimerico lieto fine, non hai altra scelta. Percorri le cinque fasi di elaborazione dell’incubo alla velocità della Maserati dell’illustre prof di questo libro. Un figlio malato di cuore. Un destino segnato. Una storia “sbagliata”, dall’inizio. Eppure, una scelta inevitabile, logica, da fare con la semplice consapevolezza che, comunque, nessuno uscirà vivo di qui. E allora, tanto vale godersi la vita finché si può, Magnificamente. Tifare sfegatatamente per la propria squadra, anche se è quella sbagliata. Concedersi una degustazione in un lussuosissimo ristorante stellato, anche se non ce la fai manco a mangiare. Fantasticare ingenuamente su improbabili avventure sentimentali, come avrebbe fatto il protagonista sognatore di Trein de vie. Conoscere i propri idoli, pur se impresentabili, quasi fosse l’ultimo desiderio d’un condannato. Insomma, Vivere, elegantemente, fino all’ultimo battito. Finché tutto, inesorabilmente, cinicamente, ingiustamente, svanisce per sempre.

La narrazione alterna la storia di Carlo, vera, straziante e umanissima, a quella delle missioni umanitarie in Somalia, anche qui raccontate senza filtri agiografici e ipocrisie posticce, squarciando il pietoso velo che nasconde le mille magagne della miseria e nobiltà umana, con salti temporali stranianti, ma che fungono quasi da intermezzo comico (si fa per dire) tra una disavventura e l’altra.

No, non ce la faccio nemmeno a scriverne fino in fondo.

Dico solo che leggerlo, soprattutto ora, è stato terapeutico, catartico e apotropaico. Speriamo, di cuore, che funzioni.

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