Come ti vesti. Dalla decima alla tredicima puntata

Megapuntatone speciale dell’imperdibile rubrichina che sta rivoluzionando il mondo dei fashionblogger per come lo conoscevamo finora. Addirittura 4 outfit al post di uno, ché si sa, è tempo di saldi anche su cooperrapido. Si comincia subito con un audacissimo accostamento tra blè e marrò. Jeans+felpa, casual comodoso with a twist. Giacca Tommy Hilfiger, pantalone Gas modello chino, entrambi in denim scuro. Felpa Henry Cotton’s che fa pandàn con le mie amadissime Camper.

Decima

Undicesima

Continua il periodo denim, per l’uomo che non deve chiedere mai, ché tanto è inutile. Giacca D&G dai megasaldi Yoox di qualche tredicesima fa, pantaloni grigi Gas e maglia OVS in simil kashmir (Oooh, oh, baby, I’ve been flyin’ No, yeah) tutto virato sulle tonalità del grigio gennaio che c’ho sotto i piedi, griffati Marlboro Classic. Muy hermoso.

Dodicesima

A sinistra, la sahariana verde militare probabilmente appertenuta a Indiana Jones e che si riteneva perduta per sempre. Marca Barbour, abbinata con precisione culosa a un pantalone chino marca che poi controllo e velodico (Polo by Ralph Lauren, ndr) dello stesso colore e a un girocollo color tortorella storna, marca Moretti che si nota di più se lo metto o non lo metto?. Comodo e soprattutto, bello caldo. Tasche larghe per contenere Moleskine, Kindle e cimeli preziosi trafugati durante le mie scorribande immaginarie pel globo terracqueo. Si va di Camper anche stavolta e la prossima, ché si sa, la fortuna è cieca, ma la pigrizia ci vede benissimo.

Tredicesima

Eh. Magari. Parola d’ordine, comodità, ancora. Velluto a costine. Ancora. E allora dillo, ch’è un vizio. Abbastanza. Giacca Blè Tommy Hilfiger, pantalone Façonnable color cangiante tra il blè e il marrò, maglione kashmeroso con zip Just Cashmere e le inseparabili Camper universali, scelte per i motivi già spiegati pria. E via così, verso nuove modaiole avventure.

Frattanto, è tempo di saldi online, dicevo. Ogni tanto butto l’occhio sulle winter sales di Vente-Privee e su quelle di Privalia. Voi?

Stay tuned, stay fashion, stay velvet.

‘Cos it makes me feel like I’m a man.

Come ti vesti? Ottava e nona puntata

La colonnina del termometro digitale fa un po’ di suegiù, l’umore fa il bungee jumping emozionale all’unisono. E allora, giacca grigia Gas, maglione a collo alto Cook a righe verticali con zip modello Capitani coraggiosi, pantalone grigio chiaro occasionissima saldi H&M, scarpe Old Sail per affrontare con calma, dignità e classe le burrasche della vita.

The day after, giacca di lana nera Calvin Klein con motivetto che fa pallini bianchi lalalala, pantalone largo nero di chino largo di qualche decina di chiletti fa, comodo comodo e quasi senza culo. Stivaletti Marlboro Classic neri, altrettanto comodi e caldi e soprattutto, veloci da indossare senza lacci e lacciuoli, ché oggi non tengo pazienza. Maglione Sergio Tacchini a collo alto con zip e strisce bianche e grigie orizzontali. Non saranno i tempi d’oro dei completini di McEnroe, ma comunque fa la sua porca figura. Piccolo dettaglio che forse tanto piccolo non è: nel buio eterno della mia stanzetta il colore sembra nero. Big surprise: è un blu scuro tipo i miei occhi se portassi le lentine colorate.

E qui si potrebbe scatenare un’altra sanguinosa guerra di religione: blu e nero insieme, si puote? Consultando il manuale definitivo della moda pasticciata di D.R. Cooper, ancora inedito e che così sia per sempre, il vate(r) del buon gusto cromatico sobriamente vaticina: “Con ciò sia cosa che tu incominci pur ora quel viaggio modaioulo del quale io ho la maggior parte, sì come tu vedi, fornito, cioè questa vita mortale fescionara, amandoti io assai, come io fo, ho proposto meco medesimo di venirti mostrando quando una veste e quando altra, dove io, come colui che le ho sperimentate addirebbasta, temo che tu, indossando essa, possi agevolmente o pastrocchiare, o come che sia, epicfailemente toppare: acciò che tu, ammaestrato da me, possi tenere la diritta via con la salute dello stile tuo e con laude et onore della tua orrevole e nobile famiglia e di tutta la razza tua. E sì, il blè sul nero ci sta proprio dentro”.

Stay tuned, stay fashion, stay just a little bit longer.

Easy ride (oh, yeah!)

Tra le tante follie nella mia vita, ce n’è una che sembra quasi fuori contesto. Del tipo, mi guardi e dici, ma che, biker, tu? Ma daverodavero? Apperò, anvedi che pilota, Cooper!

Correva come un gambero l’anno 2003. Cambiamenti epocali in vista. I Savoia rientrano in Italia, a piede libero. Le truppe angloamericane si giuocano un tris fasullo e invadono l’Iraq e un terzo continente a scelta. Il mitologico pioniere di tutti gli hacker Kevin Mitnick è autorizzato a usare di nuovo un computer. Io già avevo avuto questo permesso fin dall’83. Tsk. Esplosioni a pioggia per il globo terracqueo e anche nell’aere, in barba alle speranze immaginare di John Lennon e in linea con le deduzioni difillufe di Kurt Vonnegut. Passando rapidamente, come m’è più consono fare, alle pagine dello sport, Kollina è votato miglior arbitro dell’Universo per meriti giá konquistati illo sekundo tempore sul kampo di Perugia. Michael Jordan si ritira dal basket giocato. Ancora. Michael Schumacher vince il suo sesto titolo di Formula 1. Ancora, e con la Ferrari, per giunta. V. Rossi vince il festival MotoGP, L.Armstrong compie un trionfale tour in France poi revocato e G.Simoni s’aggiudica il campionato ciclistico d’Italia a parziale risarcimento del fallo di sfondamento di Cristiano Ronaldo. Wait. Je suì confuse, escusemuà. Una sola cosa resta uguale, in tutto questo bailamme de tourbillon. Indovina quale? Massì, la Juve che perde un’altra finale di cempionz. E contro il Milan, stavolta, come a dire, manco fino al confine. E allora ditelo.

In questo girotondo d’anime de li mortacci, il nostro eroe pensa bene d’avvertire d’un tratto l’irrefrenabile voglia di customizzarsi un po’. A dispetto della logica. Del senso e la misura. Della creanza. Del senso del ridicolo. Urge hic et nunc cadaunarsi d’una bella moto esagerata, tutta cromata, chissà quanti accappì, per fare tanto brum, con un bel giumbotto di pelle nera che a ben pensarci fa tanto villagepipol. E comunque, già allora faceva un bel po’ crisi di mezza età anticipata. Ai miei benevolmente miopi occhi, era forse un tardivo risarcimento per quel motorino tanto amato e subito ciulato nel pieno del mio e suo vigore adolescenziale. Traumi che segnano, tipo una final… vabbè. Stacce. Quando la sorte t’è contraria etc etc.

E insomma, gira che ti rigira, l’occhio mi cade su una magnifica Yamaha Dragstar 650 Classic, usata pochissimo. Bicilindrica a giunto cardanico. That’s all I know. Segni particolari: aquilotto tamarrissimo sul parafango anteriore. Come resisterle? Sembrava appena uscita da un episodio di Renegade. Quell’orrida serie tv. E io che invece sognavo d’essere un novello Peter Fonda della Cosa, della California, o un più di là da venire figlio dell’anarchia. Born to be wild con la maglia di Calvin&Hobbes. But, nooooo! Comunque, ho scoperto col tempo che c’è una rigida liturgia che pertiene all’essere biker oggi. Una liturgia fatta di saluti quando ci s’incrocia per strada. Di motoraduni a base di birre e salsicce in giro per lo Stivale. Di mercatini delle pulci con toppe very much aggressive e giubbini riesumati con ogni probabilità da (defunti?) biker del secolo scorso. Di processioni profane per centri abitati e stradelle sgarrupate, macinando chilometri tra moscerini, falene e condor spiaccicati sulla visiera con effetto Jackson Pollock combinaguai. Di buche assassine e manto stradale in condizioni menocheperfette. E poi, ventilazione più che apprezzabile, con spifferi gelati penetranti in ogni orifizio, d’inverno, o caldo sahariano alle fermate dei semafori, d’estate. E l’eterna brezza ammazzacervicale della nuova collezione primavera/autunno. E ancora, gli acquazzoni improvvisi effetto saponetta, per provare l’ebbrezza del brecciolino bagnato a scartavetrarti un po’ effetto scrub profondo. Tutta bella robina sooo good for the body. Anyway, il far parte di un club esclusivo di motomani in realtà m’interessava ben poco. Andare a zonzo come ‘no stronzo, that’s my kick. O almeno, lo fu. La mia Deborah (rigorosamente con l’acca, aehm) giace ormai assopita in un buio garage da ben due anni e fischia. In attesa di un nuovo giro di giostra, un momento di follia che mi riporti a indossare con flemma i miei biker boots, la mia biker jacket, i miei biker jeans, i miei biker gloves (mezzi strappati e rammendati, tra l’altro). Insomma, tutto l’armamentario, meritevole d’un Come ti vesti? Special Biker Edition prossimo venturo, protagonista d’un’altrettanto rigida liturgia di vestizione che è già un calarsi nella parte, per sembrare a prima vista uno serio, uno vero. Salvo poi accorgersi con uno sguardo che quel casting era stato un epic fail e non ci sarebbe più stato ritorno.

Apple Watch, parliamone

Regalo superfigo di qualche mese fa. Serie 3. Costato una paccata di soldi, quindi di che mi lamento? Nulla, davvero. Cioè, parliamone. Gli è che io sono cresciuto a pane, Nutella e Diabolik, Paperinik, e poi Spazio 1999, Star Trek. Quindi, sono aduso all’idea che un orologio da polso/gingillo fantahitech faccia da videotelefono, uolchitolchi, gps atto alla localizzazione in caso di teletrasporto, contatore geyger, bastone da rabdomante e, magari, dica anche l’ora con la voce di Topolino (W-O-W!). Epperò, se a lanciarlo sul mercato mondiale è zio Stiv (già nelle grandi praterie da un bel po’, invero, in compagnia (forse) di Jim, Elvis e compagnia cantante), è anche ovvio che si nutra qualche aspettativa in più, tipo un pulsante segreto che se lo premi dopo tre giorni sei a nuotare con le arselle alle Seychelles. O che almeno ti risponda Eva Kant o Sarah di Chuck dall’altra parte. E invece è solo Siri. Hai detto cotica.

Siri e Raj

Ok, sono illusioni da bimbominkia melomane. E insomma, però, un po’ di delusione, in fondo al mio cuoricione, resta. E allora, come fanno quelli bravi, proviamo pure a scriverci su una bella rece liberatoria. Del tipo: bel display (io jo la versione 3, non sabe le atres, ché poi mi spiegherò perche dopo un errore di battitura mi viene da scrivere come farebbe il Salvatore de Il nome della Rosa, ma questa è un’altra storia, caramba y carambita). Dicevo, un display luminoso su cui puoi fare cose, vedere gente… ok, ma in concreto? Be’, c’è il respiro e pure il battito. Figo. Cioè, di misurare, misura. Ma non è proprio un holter. Ci sono orologetti che con trentamilalire del vecchio conio te la fanno meglio, magari. Si scherza, eh. E poi ci sono le app che s’interfacciano coll’iPhone. Uhm. Sì. Puoi usarlo come telecomando per il tuo iPhone. Caruccio. Ti avvisa quando arrivano uozzap e ipuoi imandare imessage. Ebbè. Lo fa pure l’iPhone. Sì, ma ce l’hai al polso. E vibra. Uhm. Qui comincia a diventare interessante (zozzoni, no, non quello). Ti dice la temperatura esterna in tempo reale, consentendoti di dedurre senza l’ausilio della tua mammina che ti sei vestito un po’ troppo leggerino, ché poi ti viene il raffreddore. Right. In realtà, il meglio per me viene la mattina. Metti la sveglia, e lui pian piano, in un crescendo rossiniano, lesto s’è desto. Vibra, dolcemente. Una musichina che ti consola per l’orrendo affronto che la sveglia mattutina comporta. E ti chiede pure se vuoi posporre di qualche minuto. Tenero! Peccato la batteria duri pochetto, facciamo un giorno, va’. E magari si scarica proprio quando non vuoi e ti ritrovi con un cuore di paglia. E allora buonanotte, che è meglio, detto con la voce puffosissima di Topolino.