Ciao, #Niki. Di autopiste, miti e pomeriggi post scolastici che poi svaniscono e non si ricordano più. #Lauda

Metà anni 70. Ben prima di Internet e persino della TV a colori. La domenica, la Rai trasmetteva il Gran Premio di Formula 1 con l’immancabile e soporifera telecronaca di Mario Poltronieri.

Ogni tanto la Ferrari vinceva. Spesso, quando a guidarla era Niki. Il tifo per la rossa era inevitabile. Si poteva anche essere affascinati dalla Tyrrell a sei ruote, dalla ficosissima Lotus nera John Player Special dell’italiano e basta Mario Andretti, dalla Wolf con quel radiatore strano di Scheckter, dalla McLaren Marlboro di quel pazzerellone di Hunt. Ma il cuore batteva inevitabilmente per la Rossa. E per Niki e la sua epica vicenda. Campione del mondo in carica, poi quasi morto e salvato dall’eroico e donchisciottesco Merzario. E poi quasi tornato, sfigurato e ancora sanguinante, ma con tanta paura, in Giappone. E poi ancora, il ritorno alla vittoria del 77. Tanto su cui fantasticare, per un bambino alla ricerca di santi e falsi dei. Poi il passaggio alla bellissima Brabham Alfa Romeo, con superventola prematurata Vilcoyotesca palesemente fuori regolamento. Fino al suo ritiro, più in là, e poi al ritorno per vincere ancora in McLaren. E tutte queste emozioni si replicavano quotidianamente sulla mega autopista che io e il mio competitivo bro allestivamo ogni pomeriggio dopo i compiti nella nostra stanzetta, tra una guerra truculentissima ai soldatini e una partita infinita a Subbuteo. E quelle macchinine Polistil, poi. Che meraviglia. Le più performanti, a dire il vero, restavano la grigia e rossa gran turismo di serie. Ma ogni trepperdue estorcevamo a papi qualche nuovo modello. Compresa la mitica Ferrari campione del mondo in carica del 76. Proprio quella dell’incidente maledetto.

Detto tra noi, non era proprio la nostra preferita per gareggiare. Bellissima, per carità, d’un meraviglioso rosso fiammante, ma pesante, instabile in curva e quindi poco performante. Epperò, che bella. E ricordo tutti quei pomeriggi a smontarle e rimontarle come provetti meccanici, a cambiare le ruote, a sostituire le spazzole di rame, a provare pericolosissimamente altri trasformatori per fare come Scotty…

E poi, le improbabili paraboliche rinforzate con libri sotto, per aumentare il brivido della pendenza, le discese ardite e le risalite, i pulsanti a molla ergonomici da farci i calli per candidi motivi. Le megapistone fatte con pezzi di colori diversi, il supermegamaxicircuìto fatto una volta coi vicini di palazzo. E insomma, per noi Niki era un mito assoluto, inarrivabile, ben prima di Gilles, Ayrton o Schumi. Personaggio enigmatico, apparentemente freddo e calcolatore, così diverso dai viveur guasconi alla Regazzoni o Hunt, più simile a Prost o Schumi stesso. Non simpaticissimo, invero, nella sua cruda schiettezza austroungarica, tipo quando sparò a zero sulla Ferrari per poi esserne defenestrato da manager. Epperò, quel suo terrificante incidente al Nurburgring e poi il ritiro al Fuji non potevano che rendercelo eternamente umanissimo, simpaticissimo. Provo a immaginare una scena simile con Senna che esce illeso dal Tamburello (immagine rubata su Twitter a SkySport).

Come non emozionarsi per una sliding door così? Anche quando, più recentemente, e grazie anche al lavoro precedente di Schumi, il caro Niki ha portato le noiosissime Mercedes a vincere contro la sua amata/odiata Ferrari.

Brutta cosa, la vecchiaia, eh. Finisci per diventare un orrido incrocio nerd-umarell, col coccodrillo imbarazzantemente nostalgico sempre in canna. Davvero, scusissima.

Del perché non sono Mozart. E manco Salieri.

Gem sprinter 61. Lo confesso, ho guglato e l’ho trovato. Proprio lui! Preciso. 120 euri da un utente di Torino. All’epoca, probabilmente, oltre le 600mila lire del vecchio conio. Ma erano banconote, mi sa. O cambialoni, chissà. E comunque, quasi quasi lo ricompro, in quest’ondata di nostalgia che mi ha indotto a riaccattare un Atari st e spenderci intorno tanto da potermi permettere un mac d’ultima generazione. Ops, sto divagando. Strano. Vabbè, partiamo dall’inizio. L’anno è imprecisato, ma a spanne direi i primi 80. Era il boom della musica tra i ragazzi pre-informatici acellulizzati e asocial. A raccontarlo oggi, non sembra neanche vero, Cateri’. Dicevo, chitarre. Roba per, tipo, falò sulla spiaggia a ferragosto, sapore di sale, ragazzo della via gluck, quanta fretta ma dove corri, per i più impegnati, Guccini, Vecchioni, Venditti, Dallà. Tanti like antelitteram. E insomma, mio bro primogenito ottiene tosto una bella chitarrina Eko, che riempie subito d’adesivi come d’ordinanza. Prime lezioni impartite dallo zio e un certo talento latente che diventa indecente. Io, dopo e quindi, pianola? Per par condicio. Massì, il ragazzo si fará, anche se ha le spalle strette e rimorchiare una pianola elettrica in spiaggia non è che serva granché all’uopo del rimorchio che conta. E sembrava tutto così facile. In fondo, le note sono solo sette. E quindi, prime lezioni a gratisse da un caro amico che non c’è più, con la speranza malcelata del mio papi che un giorno sarei diventato l’organista ufficiale della parrocchia. Novello Bach. Roba da far vacillare la fede delle groupie più incallite degli zep. Eccome no. A tredici anni Mozart diventa primo violino a Salisburgo, dopo aver già composto una paccata di capolavori. Io, d’altronde, faccio fatica a suonare correttamente con un dito Fra’ Martino campanaro. Uhm. Eppure, ci provo. Eccome. Poche lezioni e poi sono pronto. Accordi con la sinistra, melodia con la destra. Tutto a orecchio. Abramo non partire. Dolce sentire. La gatta. Hey Jude. E poi, l’accompagnamento ritmico sempre fuori tempo massimo. Il pedale del volume per far meno casino. Il tutto mentre il vicino di sotto spadroneggia il pianoforte con marce alla turca e chiari di luna. Io, cose turche e buio pesto. Mediocri di tutto il mondo, io vi assolvo… che poi, Salieri è stato pure maestro di Ludovico Van, mica quella pippa che Forman vuol farci intendere. Così, tanto per dire.

Panini mitologici

In principio fu Bettega. Svettante, di testa, in una figurina del ’73. Ero a casa del mio vicino, più grande d’un paio d’anni. Io ne avevo 5 e poco più. Il primo nitido ricordo di qualcosa che avesse a che fare col pallone e l’universo incantato dei divi calciatori. Figurine mitologiche tipo Pizzaballa, Speggiorin o Mattolini. E poi Minoia con la maglia a righe larghe, Prandelli l’introvabile, e poi le raccolte del 74 con la grande Olanda di Crujiff e la Cermania di Beckenbauer e Gerd Muller e di Sepp Maier, l’antipatico clown pre It che contendeva il titolo di miglior portiere a Dinone Zoff e all’esotico Tomaceschi della Polonia di Casimiro Deyna e Lato il pelato. E poi fu la volta di Argentina ’78, con la bella Italia di Bearzot pre-mundial. Le figurine doppione incollate sull’interno dell’armadio mio e di mio fratello. E i dispetti incrociati, a scarabocchiare le facce cornificando reciprocamente io gli interisti e lui gli juventini. Bullismo fratricida presocial, tra una partita infinita a subbuteo, una carneficina di soldatini, cowboy e indiani pre effettispeciali da una Notte al museo e una col supersantos nella nostra stanza, a sfasciare i letti usati per lungo a mo’ di porte e gol a battimuro non vale. Quell’Italia del vero Penna Bianca, con Rossi pre-scandalizzato e Cabrini idolo delle mie compagnette di scuola, di macelleria Benetti e del barone Caùsio. E insomma, di tutta la cosmogonia pedatoria per la prima volta a colori. Il telefunken 9 canali di papà, uno dei primi, col vicino con prole a veder le partite con noi. Scene da anni 70 che intender no lo può etc. E il profumo inebriante delle figurine. Roba da sballo. Il rito scaramantico del ritagliare gli angoli delle bustine per scongiurare i doppioni. Un gratta e vinci ante litteram, praticamente. E poi lo scambio di figurine, le mappatelle prooova! veeera! e le mani rosse dal dolore per le botte ripetute sui pavimenti e marciapiedi. E le tasche dei cappotti sfondate dai mazzi di figurine doppie, che finivano incollate sui diari Vitt, insieme ai primi rudimentali slogan pre ultrà, alle firme dei compagni, alle formazie e talvolta alla lista dei compiti del giorno dopo. La mia prima e unica raccolta completata fu, credo, quella dell’82. Quella del mundial insperato, della morte e resurrezione calcistica di Pablito, di nuntereggae più Bearzot che invece resse, eccome, in barba a Rino che invece no e se ne andò davvero troppo presto e troppo male. Troppi ricordi, direbbe Giovanni.

Era una notte buia e tempestosa…

5251C788-12FB-4C6B-8EFC-35E18C3D25AEGenerazione Linus. Gente intorno ai cinquant’anni adesso, lustro più, lustro meno. Quelli che a fine anni 70 scoprivano i Peanuts, B.C., e poi negli 80 Calvin & Hobbes e più tardi persino Valentina di Crepax e Andrea Pazienza. Young ragazzini sempre poco allineati che rubacchiavano i giornaletti da zii e cugini più grandi, saltando per il momento a piè pari le pagine scritte e i fumetti più adulti. E insomma, il titolo di cui sopra rimanda inevitabilmente all’incipit delle novelle scritte a macchina da Snoopy, lo scrittore pasticcione per antonomasia. Il mio Eroe. E allora? E allora niente. Qui scriverò di tutto quel che mi frulla per il gulliver, provando a ricostruire i frammenti dei brandelli di ricordi della mia infanzia e poi adolescenza a tempo indeterminato. E chedduepalle. Vero. Per rendere il tutto più potabile, gugolanaliticamente interessante, guadagnare tanto da far invidia alla Ferragni e a Aranzulla e ritirarmi felice e contento su un’improbabile isola tropicale senza mosquitos, farcirò il tutto con ricordi di giochi da tavolo analogici co/senza parentame annesso, retrocomputing da pong in poi, tv in bianco e nero e poi a colori e poi in accaddi, musica analogica e poi digitale e strimpellatachediomiperdoni, racconti di bel calciuo e coppedeicampioni, libri che ho letto e non ricordo o non ho capito, fumetti e cartoon che ho amato da Topolino in poi, disastri culinari, fallimenti da nerd con q.i. troppo basso per atteggiarsi a Sheldon, e poi tutto il resto, in base all’umore del momento. Ché già mi pare abbastanza, come dichiarazione d’intenti, nevvero? Se solo me ne ricordassi ancora e la mia pigrizia mi desse tregua. Chissà.