Sax and the city

Oops. I did it again. Mannaggiaammè e al lockdown che ci ho sotto i piedi.

Gli è che il sonno della mente indotto da questo fottuto virus mi ha spinto a rievocare dal profondo del mio subconscio uno dei miei più antichi e mal corrisposti amori. Quello per la musica, intesa come cosa da fare e non solo ascoltare, come sarebbe d’uopo nelle mie condizioni atalentate.

E insomma, la faccenda, al solito, si complica anzichenò. Tra i miei vorrei, ma non posso e i potrei, ma non ne sono punto capace. Il tutto si riassume nella domanda che un mio prof estemporaneo mi pose un giorno: “Perché ti complichi la vita?”. Truer words have never been spoken.

Dei miei infelici trascorsi musicali, atariani e synthiani, avevo già scritto qui e poi quo. E persino qua.

Poi, il diluvio. Lo studio, il lavoro, la vita, la vita, e Rita s’è sposata (cit.). Il trasloco fisico e affettivo. La quantità immane di ciarpame rimasto nella vecchia casa, sospeso nel tempo. Pianoforte elettrico, chitarre, tastiera, spartiti e accordi alla rinfusa su agendine a orecchio, atarino, bonghi e fogli di giornalini. Sigh.

E in mezzo, la tempesta perfetta con contorno contorto di corona virus. E manco una partita della Juve per distrarsi un po’.

Tutto a migliaia di km e ktm di distanza.

Così, qualche giorno fa, in un atto assolutamente pretenzioso e insensato, in un colpo solo ho ordinato una tastiera moscia siliconata, una chitarrina finta e un saxino improbabile. Tutti, rigorosamente, Midi.

Mi riprometto, nei momenti di tregua vitacea, di parlarne meglio, per quel che il mio esiguo gulliver consente ancora.

Per ora, vi basti sapere che è appena giunto il primo gingillo. Nomasi saxino Casio DH-100, reduce dai rutilanti anni 90, praticamente intonso o quasi. Se si guarda una foto di Baggio nel 90 e ora, tanto per fare una delle mie solite similitudini paramanzoniane a cazzo di cane, la differenza salta agli occhi. Roby ha le articolazioni malandate. Il sax può teletrasportarsi d’un trentennio e, purtuttavia, suonare. Questo decise la sorte del Codino. L’avvenire dei miei sogni. E il mio conto in banca. Un oggetto di modernariato che fa un po’ sorridere, non gli daresti certo gli ottantaeurotuttaunaparola che l’ho pagato su ebay. E invece. Una meraviglia. Suona pure senza soffiare. Giuro. Ok, i suoni interni sono un bel po’ approssimativi, ma è Midi, dicevo. Il che significa poterlo collegare via cavo apposito all’usb del mio bel Macbook e quindi a GarageBand, per tirar fuori tutti i suoni maravillhosi e verosimili che si puote. Sax tenore o improbabili Hammond, financo. Chissà che non sia la volta buona per andare oltre la prima ottava, da C3 a C4, e ritorno, senza passare dal diesis.

Stay tuned per i prossimi arrivi, ché io invece sono stonato forte.

Atari. Potessi, magari…

Anno dis-grazia 1991. 28 anni fa. Contestualizziamo un po’ grazie a Santo Wikipedia. Il primo luglio si scioglie ufficialmente il Patto di Varsavia. Il 6 agosto, Tim Berners Lee lancia il primo www. Due eventi che rivoluzioneranno per sempre il mondo del porno. Lo scudetto va alla Samp di Vialli, la coppa Uefa all’inter e la cempionz alla Stella Rossa di Pancev. Della serie, per restare in tema zozzo, la do a tutti, ma proprio a tutti, tranne che a te. Il 24 novembre muore ufficialmente Freddie Mercury. Il 15 dicembre i Salieri di tutto il mondo festeggiano il 200esimo anniversario della morte di Mozart. Per onorare l’avvenimento, in quei tempi decisi di concedermi un nuovo sciagurato e penoso tentativo nel mondo musicale. Si favoleggiava di un elaborato elaboratore elettronico nomato Atari in grado di far meraviglie. Anche resuscitare con un solo click del mouse i musicalmente morti con zeru talent nel palmares. Nel frattempo, nella mia stanzetta il Lem Bit One (ne parlerò, è una minaccia), vetusto sintetizzatore analogico (con l’occhio e soprattutto il portafogli della madre) aveva da tempo soppiantato il Gem Sprinter (di cui ho già blaterato in uno dei miei vecchi post Del perché non sono Mozart. E manco Salieri., della serie citarsi addosso).

I suoni che tiravo fuori dal quel synth di secondhand potevano andar bene per la disco di oggi, erano decisamente troppo avanti per l’epoca, proprio come il sound di Ross. Peccato non aver avuto una Phoebe che riconoscesse il mio genio incompreso. Pazienza.

E quindi, mano al portafogli della mammina e ecco pronta una scatoletta prodigiosa, il Roland SC55, con tutti i suoni Midi GS, elicottero e applausi compresi. E poi, i cavetti midi, ma soprattutto, sua maestà l’Atari Mega STE con 4dico4 MB di Ram e 48 MB d’hard disk interno. Processore Motorola 68000 a 16 MHz, come i Macintosh Classic. Ma anche su questo ritornerò, un giorno. Monitor a colori Atari presto sostituito con uno monocromatico per farci girare i sequencer in HD. Strano, meraviglioso mondo, quello Atari.

Oltre alle porte midi di serie, c’erano quelle per due joystick e per il cavetto della Tv. Questo decise la sorte dell’Atari, l’avvenire dei miei giochi e (fors’anche) il mio mestiere.

Ora ti voglio dire,

C’è chi Atari per suonare

E c’è chi Atari per giocare.

E insomma, Atari aveva (e ne ha ancor oggi, a dispetto di tutto) un suo blasone, pur essendo ormai in conclamata fase calante. Eppure, sua era stata la prima home console, ben prima di Sony o Xbox. Poi il marchio aveva cominciato un lungo e inaspettato declino. Comunque, il Mega Ste era una proprio un gran bella macchinina. Sistema proprietario, come gli Apple o più propriamente gli Amiga, diretto competitor di quegli anni. La specializzazione musicale di serie lo contraddistingueva e lo contraddistingue ancor oggi da tutti i computer dell’orbe terracqueo. E così, oltre a smanettare con tastiera, expander e sequencer (Cubase, Oh, my love), scoprii un mondo underground fatto di Federici, Eugeni, Paoli che, in giro per lo Stivale, s’inviavano per posta bustoni di floppy da 720 KB con ogni ben di Dio videoludico. Il mio giuochino preferito (e quello di mio fratello, ovvio) era Kick Off 2, return to Europe. Come shine or come rain. Ore e ore a sfondare joystick come se non ci fosse un domani. Ah, che ricordi. Sniff. Ma erano e sono troppi i capolavori di quel periodo d’oro. Xenon 2, Maniac Mansion, Bomb Jack, i Pacman e famiglia… tra l’altro, tutti riesumabili con Steem su Pc e Hatari su Mac. Ma anche di questo, vabbè, ci siamo capiti. Arrivai al punto di configurarlo con tanto di modem 28.8k e stampante laser grande quanto lo Stadium, per farlo andare sul web, lavoricchiarci e tutto il resto. Anche emulando un Mac Classic. Sigh. Che tempi beati.

Passano gli anni, ma otto son lunghi. Mi becco il millenium bug, l’unico al mondo, apparentemente. Questa è l’unica spiegazione razionale che son riuscito a darmi del perché, a un certo punto, col gulliver ormai in pappa, io abbia preso una delle decisioni più perniciose della mia vita. Vendere il mio ormai inestimabile Atari per un pugno di lirette e per dedicarmi a cose serie, tipo un portatile con Windows 98, modem interno a ben 56k, lettore divvidì e tutto il resto. Quanta ignoranza, signora mia.

La storia ha comunque un lieto fine con sviluppi interessanti. Qualche mese fa ho comprato per pochi spiccioli un Atari St e ho cominciato a smanettarci su per… ari-be’, ci siamo ari-capiti (mini spoiler).

Stay tuned, more Atari is coming.

Apple Watch, parliamone

Regalo superfigo di qualche mese fa. Serie 3. Costato una paccata di soldi, quindi di che mi lamento? Nulla, davvero. Cioè, parliamone. Gli è che io sono cresciuto a pane, Nutella e Diabolik, Paperinik, e poi Spazio 1999, Star Trek. Quindi, sono aduso all’idea che un orologio da polso/gingillo fantahitech faccia da videotelefono, uolchitolchi, gps atto alla localizzazione in caso di teletrasporto, contatore geyger, bastone da rabdomante e, magari, dica anche l’ora con la voce di Topolino (W-O-W!). Epperò, se a lanciarlo sul mercato mondiale è zio Stiv (già nelle grandi praterie da un bel po’, invero, in compagnia (forse) di Jim, Elvis e compagnia cantante), è anche ovvio che si nutra qualche aspettativa in più, tipo un pulsante segreto che se lo premi dopo tre giorni sei a nuotare con le arselle alle Seychelles. O che almeno ti risponda Eva Kant o Sarah di Chuck dall’altra parte. E invece è solo Siri. Hai detto cotica.

Siri e Raj

Ok, sono illusioni da bimbominkia melomane. E insomma, però, un po’ di delusione, in fondo al mio cuoricione, resta. E allora, come fanno quelli bravi, proviamo pure a scriverci su una bella rece liberatoria. Del tipo: bel display (io jo la versione 3, non sabe le atres, ché poi mi spiegherò perche dopo un errore di battitura mi viene da scrivere come farebbe il Salvatore de Il nome della Rosa, ma questa è un’altra storia, caramba y carambita). Dicevo, un display luminoso su cui puoi fare cose, vedere gente… ok, ma in concreto? Be’, c’è il respiro e pure il battito. Figo. Cioè, di misurare, misura. Ma non è proprio un holter. Ci sono orologetti che con trentamilalire del vecchio conio te la fanno meglio, magari. Si scherza, eh. E poi ci sono le app che s’interfacciano coll’iPhone. Uhm. Sì. Puoi usarlo come telecomando per il tuo iPhone. Caruccio. Ti avvisa quando arrivano uozzap e ipuoi imandare imessage. Ebbè. Lo fa pure l’iPhone. Sì, ma ce l’hai al polso. E vibra. Uhm. Qui comincia a diventare interessante (zozzoni, no, non quello). Ti dice la temperatura esterna in tempo reale, consentendoti di dedurre senza l’ausilio della tua mammina che ti sei vestito un po’ troppo leggerino, ché poi ti viene il raffreddore. Right. In realtà, il meglio per me viene la mattina. Metti la sveglia, e lui pian piano, in un crescendo rossiniano, lesto s’è desto. Vibra, dolcemente. Una musichina che ti consola per l’orrendo affronto che la sveglia mattutina comporta. E ti chiede pure se vuoi posporre di qualche minuto. Tenero! Peccato la batteria duri pochetto, facciamo un giorno, va’. E magari si scarica proprio quando non vuoi e ti ritrovi con un cuore di paglia. E allora buonanotte, che è meglio, detto con la voce puffosissima di Topolino.

A Christmas gift

Kindle Paperwhite. L’ho provato. Va nella tasca della giacca o del cappotto. Entrerebbe anche nel marsupio, volendo. Fantastico. Leggerissimo. Gran regalo. Unico dubbio: ma come cavolo ci si copiano i libri? Su Amazon è presto fatto. Vai di wi-fi, ti scegli il libro e paghi. Se becchi l’offerta, anche poco. Se sei cliente amazon prime, men che meno. Sì, bello. Ma per quel tarlo che m’impone sempre di complicare il pane, a me piace leggere senza capire in inglese. Ho contattato amazon. Risposta in un nanosecondo (ed è Natale, eh). Ebbè, ci sono pure in inglese, gratis. Vero. Una decina. Fumetti, un libretto di Starwars (slurp) e poco altro di free. Qualcosa a pagamento. Ma siccome oggi è ancora Natale e ieri ho visto quel bel film sull’uomo che lo ha inventato, mi vien voglia di rileggere a Christmas carol di Chuck Dickens. Facile. Lo scarico dal progetto gutenberg (ce ne sono un fottio) in versione kindle. Lo do tosto in pasto a calibre. Collego il paperwhite al mio mac via usb. Invio al dispositivo il libro in formato azw e… ta daaaa. Il libro è servito, pronto per la lettura. E se tengo premuto con un ditino una parolina, il dizionario mela traduce pure. Figo. Karo Kindle, sao ke kelli libri tant’anni mi terranno impegnati, nevvero? Lovvoti.