Prime visioni Rai: Cenerentola

E dopo Biancaneve (ne parlerò, giuro, è un bocconcino troppo appetitoso, anche freddo) ieri è stata la volta di Cenerentola. Anno di grazia 1950. Born in the fifties. Come Bettega e la generazione del mundial spagnolo, tranne Zoff che era del 42 e Caùsio del 49. Ma divago. Ecchissene. E insomma, lo confesso. Sono un inguaribile Disney classic dipendente. Avevo pure iniziato da adulto la raccolta delle videocassette e poi dvd. Sono finiti nelle mani sbagliate e non ho altro da aggiungere sulla faccenda. E così, erano almeno 15 anni che non li vedevo. Ed ecco la prima scioccante sorpresa: Cenerentola non me la ricordavo proprio. Cioè, sì, la scarpetta, la zucca, bidibibodibibù ok, il resto deve essere finito in quel remoto posto del mio gulliver che stipa tuttinsieme tra gli altri i miei sudati studi, il buonsenso e le cose urgenti che tutti mi chiedono di fare. Assenza di memoria, quindi. Il che non è di per sé un male. Non sono ancora arrivato al memento punto in cui potrei rivedere il sesto senso o i soliti sospetti come fosse la prima volta (ok, no spoiler, ché già Kevin c’ha i guai suoi), ma quasi. E così, in ordine sparso, ho notato che c’è una disturbante somiglianza tra la matrigna e una mia vecchia prof bonanima, che l’apparentemente bonario re è in realtà un pazzo iracondo e sanguinario, che il granduca ha la voce di Woody e mi ispira simpatia come tutti i menischi, che il principe azzurro è pleonastico, che quella gran culo di Cenerentola è probabilmente la più bona tra le principesse del reame, tra l’altro protagonista di una doccia osè che avrà turbato molte anime candide. E poi molte altre cose che tanto mi scorderò fino alla prossima visione che, se tutto andrà come previsto, avverrà intorno al 2033. Roba da decidere di dare seguito ai buoni propositi per il nuovo anno, tipo mettere la testa a posto, tenersi in allenamento e fare una vita sana. I sogni son desideri.

Quelli che altro che il dolby surround

Che ne sapranno mai, i millenials, del Minicinex Harbert e del Cinevisor Mupi? Per noi, fedeli adepti del circolo dei lettori di Topolino, le pagine pubblicitarie tra una storia e l’altra erano l’equivalente degli spot targettizati odierni su Facebook o Instagram. E quindi, valanghe di ragazzini ora cinquantenni sanno bene di cosa parlo. Feticci mitologici come le Crystal Ball per fare palloncini urendi e sghembi ma divertentissimi e dal profumo magico e un po’ psichedelico. Le palline Zigulì, botte di zucchero fruttato, solo nelle migliori farmacie. Il dolce forno per le femminucce e Big Jim per i maschietti, che schiacci il tasto ed esce la mossa di karate che dopo tre giorni, niente. Insomma, per noi, abituati a divertirci con poco, tra partite infinite nel cortile di casa coi supersantos che si bucavano tra le spine di rose e le punte dei recinti, con due soli canali tv in bianco e nero del servizio pubblico, per godersi un po’ di sano intrattenimento multimediale, c’era poco da scialare. Cinema, quando andava di lusso. Qualche cartone animato bulgaro istruttivo e politicamente corretto che passava mamma Rai. Calimero, Miguel e Carmencita e la striscia di Cavendoli del Carosello. E quindi, chi poteva, scassava i maroni al parentado per ricevere in regalo a Natale ma pure random tutte le meraviglie tecnologiche presentate tra le pagine del giornalino che s’imparava a memoria. Così, tutti a comprare i manuali delle Giovani Marmotte 1, 2 e 3, ma pure tutto il resto. Compreso, of course, il Minicinex a manovella, che proiettava sul muro (a pochi cm di distanza, sennò non si capiva nulla) qualche minuto di cartone animato di Pippo o il Cinevisor che simulava una Tv a COLORI(!!!) Sempre rigorosamente senza audio, vabbè, ma potevi gustarti in santa pace Speedy Gonzales che faceva una cosa buffa e poi… e poi finiva tutto e ripeteva fino a esaurimento (veloce) delle batterie. Altro che litio. Pilette e pilone dal negozietto di aggeggi elettrici, quello del vecchietto che ti squadrava per benino e prima di darti le batterie voleva sapere l’esatto amperaggio e voltaggio e cosa dovevi mai farci. Tu gli rispondevi “quelle rotonde medie o grosse” e lui si rassegnava. Queste nuove generazioni. Di questo passo, ove mai si finirà. Che tempi, signora mia. Eh.

Era una notte buia e tempestosa…

5251C788-12FB-4C6B-8EFC-35E18C3D25AEGenerazione Linus. Gente intorno ai cinquant’anni adesso, lustro più, lustro meno. Quelli che a fine anni 70 scoprivano i Peanuts, B.C., e poi negli 80 Calvin & Hobbes e più tardi persino Valentina di Crepax e Andrea Pazienza. Young ragazzini sempre poco allineati che rubacchiavano i giornaletti da zii e cugini più grandi, saltando per il momento a piè pari le pagine scritte e i fumetti più adulti. E insomma, il titolo di cui sopra rimanda inevitabilmente all’incipit delle novelle scritte a macchina da Snoopy, lo scrittore pasticcione per antonomasia. Il mio Eroe. E allora? E allora niente. Qui scriverò di tutto quel che mi frulla per il gulliver, provando a ricostruire i frammenti dei brandelli di ricordi della mia infanzia e poi adolescenza a tempo indeterminato. E chedduepalle. Vero. Per rendere il tutto più potabile, gugolanaliticamente interessante, guadagnare tanto da far invidia alla Ferragni e a Aranzulla e ritirarmi felice e contento su un’improbabile isola tropicale senza mosquitos, farcirò il tutto con ricordi di giochi da tavolo analogici co/senza parentame annesso, retrocomputing da pong in poi, tv in bianco e nero e poi a colori e poi in accaddi, musica analogica e poi digitale e strimpellatachediomiperdoni, racconti di bel calciuo e coppedeicampioni, libri che ho letto e non ricordo o non ho capito, fumetti e cartoon che ho amato da Topolino in poi, disastri culinari, fallimenti da nerd con q.i. troppo basso per atteggiarsi a Sheldon, e poi tutto il resto, in base all’umore del momento. Ché già mi pare abbastanza, come dichiarazione d’intenti, nevvero? Se solo me ne ricordassi ancora e la mia pigrizia mi desse tregua. Chissà.