What’s the point?

Due immagini valgono più di mille parole.

(Da Twitter)

(Dal web)

Non ci sarebbe molto da aggiungere. Proviamoci lo stesso. Anzi, facciamolo dire al nostro fido Guglielmo Scuotilanza, che puote meglio.

Bloggare o non bloggare, questo è il problema.

Se sia più nobile sopportare

le percosse e le ingiurie di un fallimento annunciato,

oppure prendere le armi contro un mare di indifferenza

e, combattendo, annientarlo.

Scrivere, cancellare.

Nient’altro.

E dire che col silenzio mettiamo fine

al dolore del cuore e ai mille colpi

che la natura del blogger ha ereditato

È un epilogo da desiderarsi devotamente.

Scrivere, cancellare.

Cancellare, forse abbandonare: ah, ecco il punto,

perchè in quel limbo di mancati aggiornamenti

il pensiero dei post che possano venire,

quando ci saremo staccati dal tumulto del blog,

ci rende esitanti.

Altrimenti chi sopporterebbe le frustate e lo scherno del tempo

le ingiurie dei social manager, le insolenze degli analytics,

le ferite del post disprezzato,

le complicazioni dell’editing, l’esosità dei piani d’abbonamento

e gli sberleffi che i giusti e i mansueti

ricevono dai rampanti influencer.

Qualora si potesse finire tutto con un semplice “cancella il blog”,

chi vorrebbe apportare modifiche

per gemere e sudare

sotto il carico di un blog logorante

se la paura di qualche cosa dopo la cancellazione,

il web inesplorato dal quale nessun ex-blogger ritorna,

non frenasse la nostra volontà,

facendoci preferire i mali che sopportiamo

ad altri che non conosciamo?

Così l’esaurimento ci fa tutti scemi

e così il colore innato dell’autorevolezza,

lo si rovina con uno squallido meme preso a caso in rete

e i post di supposto alto grado e il momento,

proprio per questo, cambiano il loro corso

e perdono persino il loro nome di post.

Fico, eh? Sì, ma due palle, dottore, due palle!

Charles Dickens – A #Christmas carol. #bookoftheday #Natale

Ne avevo parlato giusto un anno fa, in occasione di un gradito regalo. Così, tra un post e l’altro e la vita che scorre sottoterra, per dirla con zio David, mi ritrovo alfine a scrivere del vecchio, ma sempre attualissimo zio Charles. Ancora. Di suo, ricordo vagamente d’aver letto Oliver Twist, ascoltato David Copperfield, e poi ho certo visto alcuni film, persino musical. Anche su Scrooge, ovviamente. Mi mancavano un po’ di cose. Tipo, ad esempio, provare a leggerlo in originale. Una mia fissa patologica, lo so. E poi, magari, scriverci su qualcosa di sensato e originale entro e non oltre Natale, per rispettare la mia personalissima regola sui post natalizi. E invece, nel giorno dopo la Befana sto ancora a parlare di Babbo Natale. E vabbé, inutile farneticare e autoinfierire. Sono questi, oggi, i migliori neuroni che abbiamo.

Ma veniamo al libro, ordunque.

Più che una favola. Una vera e propria parabola sull’intima essenza della natura umana. Sull’eterna lotta tra il bene e il male insito in ogni persona, sull’istinto egoistico primordiale contrapposto alla compassione umanistica verso i compagni di viaggio nella nostra breve e spesso miserevole e meschina vita. Du’ palle, dunque?

Non proprio.

La scrittura scorre, è godibilissima e l’inglese abbastanza comprensibile persino per il mio povero gulliver, a parte qualche termine desueto che mi ha spinto a ripetute e affannose ricerche sul dizionario e sul web. E riflettendoci su, ho fantasticato ‘stu penziero, come avrebbe detto Totò nella sua livella. Siamo tutti Scrooge, più o meno. Come l’animale che cammina prima su quattro gambe, poi su due e infine su tre. L’indovinello della Sfinge. Ma quante ne so.

Prima fase. Il Natale passato. La fanciullezza. Le letture avventurose, prepuberali, liberi dalle pulsioni sessuali e dal grado di testosterone che definirà la fase adolescenziale e non solo del resto della nostra vita. I grandi sogni. Gli entusiasmi. Gli ideali. E poi, l’ingresso nella fase più adulta, lo studio, i primi lavori, la gavetta. L’amore romantico e ingenuo, l’entusiasmo acritico. Qui, Quo, Qua, che diventano Paperino.

Seconda fase. Il Natale presente. L’età matura. Che, nel caso di Scrooge, sarà spannometricamente intorno ai 50-60 anni. La posizione sociale finalmente raggiunta o forse no, la stabilità economica tanto agognata, a furia di brigare, intrallazzare, sgomitare rapacemente. Risparmiando ogni nichelino, vessando i propri dipendenti, incuranti delle sofferenze del prossimo e dell’amore disinteressato, quando lo si incontra. Paperino che diventa zio Paperone.

Terza fase. Il Natale futuro. Quello in cui scopriremo a postumi se e come saremo ricordati, forse, quando non ci saremo più. Con la consapevolezza che, tanto,

“Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo a’ morte!”

Già.

Nel mio caso, la prima fase mi riporta ai Natali passati a casa dei nonni. Le tombolate oceaniche con le bucce di mandarino come segnanumero, le partite a Stop e Tressette dei grandi, mentre noi piccoli ammiravamo la maestria spocchiosa delle loro giocate. “Paru, paru, disparu ‘mmanu”. Tutto finito, morti i nonni. Prima di Internet e degli smarfòn, pure prima della tv a colori e dei videoregistratori, della tv commerciale e satellitare. Altra preistoria. Dov’è il rewind?

La seconda fase, il Natale di oggi, mi vede azzerato, in una camera d’ospedale, al capezzale di mia figlia. Tutto intorno, la festa e la terza guerra mondiale incombente. Così vanno le cose. Nude e crude.

La terza fase non so proprio nemmeno lontanamente immaginarla. Come Scrooge, anch’io vorrei sapere che c’è ancora tempo per rimediare, prima della fine.

Chissà.

Ah, dimenticavo. L’epub gratis è qui:

http://www.gutenberg.org/ebooks/1933

E ora, si chiederanno i miei piccoli lettori col fiato sospeso, cosa leggerai? A dire il vero, ninzò. Ho ancora Piccole donne in sospeso. E un retropensiero di iniziare a leggere e dilettarmi donchisciottescamente di programmazione.

Chissà (2)

Elvis Presley – Blue #Christmas #songoftheday

Prima regola del Blogger natalizio di successo: dopo Natale, non postate mai roba sul Natale. Seconda regola del Blogger natalizio di successo: non dovete mai postare dopo Natale roba sul Natale. Terza regola del Blogger natalizio di successo: se qualcuno grida auguri, si intenerisce, è smielato, fine del post natalizio.

E invece, io posto sul Natale a palle di Natale ormai belle ferme. Ci sarà certamente un nome scientifico preciso per questa mia nevrosi. Ma andiamoci piano con le offese.

Natale, dicevo. Ho le mie belle playlist. Come tutti. Roba figa, dal jazz al trash e ritorno. Ve le risparmio. Tranne questa canzuncella che meglio si appiccica mielosamente a questo sventuratissimo duemilaeddiciannove. Firmata Presley. Anno di grazia 1957. Ah, il ’57. Zio John e zio Paul s’incontrano per la prima volta. Zio Jack pubblica On the road. Laika in the Sky with Sputnik. La prima 500. Eccetera. Chi se lo ricorda? Io no. Ci sarebbero voluti ancora dieci anni per il mio primo merry little Christmas. Eppure, 62 anni dopo, zio Elvis ha ancora il suo bel perché. Più cool di Fonzie, più Blue del grande Puffo senza la sua Puffetta.

Il video ciccipuffoso è qui sotto, tratto dal comeback del sessantotto. Ah, il 68. So close.

https://www.youtube.com/watch?v=WwdI-gbm5kE&feature=share

https://youtu.be/WwdI-gbm5kE

Avrò un Natale triste senza di te

I’ll have a blue Christmas without you

Sarò così triste solo pensando a te

I’ll be so blue just thinking about you

Decorazioni rosse su un albero di Natale verde

Decorations of red on a green Christmas tree

Non sarà lo stesso, cara, se non sei qui con me

Won’t be the same, dear, if you’re not here with me

E quando quei fiocchi di neve blu iniziano a scendere

And when those blue snowflakes start falling

Questo è quando quei ricordi tristi iniziano a chiamare

That’s when those blue memories start calling

Tu starai bene con il tuo Natale bianco

You’ll be doin’ all right with your Christmas of white

Ma io avrò un blu, blu, blu, triste Natale

But I’ll have a blue, blue, blue, blue Christmas

Starai bene con il tuo Natale bianco

You’ll be doin’ all right with your Christmas of white

Ma avrò un blu, blu, blu, blu triste Natale

But I’ll have a blue, blue, blue, blue Christmas

Fonte: Musixmatch

Compositori: HAYES BILLY / JOHNSON JAY W

Testo di Blue Christmas © Embassy Music Corporation, Roynet Music, Demi Music Corp. D/B/a Lichelle Music Company, Chevis Pub Corporation, UNIVERSAL POLYGRAM INTERNATIONAL PUBLISHING INC, UNIVERSAL – POLYGRAM INTERNATIONAL PUB INC, BMG PLATINUM SONGS OBO ARC MUSIC, BIBO MUSIC PUBLISHING, INC., UNIVERSAL-POLYGRAM INT PUB OBO BIBO MUSIC PUBL., INC., THE JUDY J OLMSTED TRUST, BUG MUSIC OBO BIG STAR PUBLISHING

AUGURI!

/fine del post natalizio

Francesco #Nuti – Madonna che silenzio c’è stasera. #canzonedelgiorno #songoftheday

Lo spunto per parlare di Francesco Nuti mi viene da due fatti contemporanei e totalmente scollegati tra loro. Il primo, è il recentissimo e commovente omaggio di Giovanni Veronesi.

L’altro è la lunghissima notte dell’Innominato che sto vivendo professionalmente e umanamente, da qualche anno a questa parte.

Ok, niente panico, tranquilli, cambio subito disco.

Francesco Nuti, quindi. Per quelli della mia generazione, è un’icona del Rinascimento comico italiano, di quella nouvelle vague della comicità di fine anni 70 che fece di colpo sembrare più vecchi i mostri sacri della generazione precedente. Sordi, Manfredi, Gassman, Tognazzi, i colonnelli della risata. Televisivamente, siamo negli anni di Non Stop e La Sberla, su Rai Uno. Quelli, per intenderci, dei primi sketch irresistibili di Carlo Verdone, della Smorfia con Massimo Troisi e dei Giancattivi con Francesco Nuti, appunto. Sono, quelli, anche gli anni della prima ondata di comici toscani, cioè, essenzialmente, lui e Benigni, ben prima della seconda ondata minore, quella dei Pieraccioni e Panarielli vari. Questo, giusto per fare i didascalici noiosetti e un bel po’ tranchant.

Torniamo a Nuti. Di Francesco colpiva, come talvolta avviene singolarmente anche negli altri Franceschi che ho conosciuto, quella strana doppiezza di un’anima “Topolino – De Sade” (indovina la citazione), perennemente in bilico tra innocenza infantile e feroce cinismo dongiovannesco. Un Buster Keaton fragile, stralunato e talvolta perdente e squattrinato, che tuttavia piaceva sempre tanto alle donne. E che donne, poi. In ordine sparso, andando a memoria, Ornella Muti, Clarissa Burt, Sabrina Ferilli, Carole Bouquet. Mecojoni. E quanto fosse davvero fragile, Francesco, l’abbiamo scoperto registrandone la parabola umana. Prima, il successo clamoroso, televisivo, cinematografico e anche musicale. Poi, l’inaspettato declino e la caduta, purtroppo non solo metaforica, che, dopo Troisi, ci ha cinicamente privato di un altro primattore con ancora tanto, tanto da dire. Che gran peccato, che grande spreco.

La canzone, dicevamo. È incastonata nel suo primo film solista omonimo. Gran bel film, tra l’altro (bellissima, poi, la Angelillo), che rivedo sempre, come per tutti i suoi, con estremo piacere e un retrogusto dolceamaro di sottile dispiacere.

E poi, c’è quel primo verso cantato che racchiude tutta l’inquietudine di ieri sul mio domani odierno. Meno male che ora gioca la Juve, quindi mando il disco e tanti cari saluti.

Fratello Francesco, quanto mi manchi!

Madonna che silenzio c’è stasera – youtube

https://youtu.be/vczUlrdN06U

Che ore sono?

Eh?

Che ore sono?

A chi lo domando, o, un dormo da solo?

Va beh, va’, mi fo il caffè e poi scappo di casa come Coppi sul Tourmalet

Primo, Coppi. Secondo, nessuno.

Alzarsi una mattina e trovarsi senza mestiere

Mettersi i calzini alla rovescia perché, dice, porta bene

Andare dritti in bagno con la paura dello specchio

Lavarsi come un gatto e pisciare come un vecchio

Vestirsi poi di verde

Della speranza e dell’amore

Sognando il Paradiso per poi trovarsi in ascensore

Uscire per la strada,

camminare per la strada,

chiacchierare per la strada

Nel silenzio più totale

Nel silenzio più totale

Eppure è una mattina vera

Guarda tu che è proprio vera

Eppure è una mattina vera

Guarda tu che è proprio vera

Ma qualcuno mi risponde:

Madonna che silenzio c’è stasera…

Madonna che silenzio c’è stasera…

Tornare poi di notte con le scarpe tutte rotte

Camminando trasandato in quel verde mio vestito

Distolgo il mio pensiero

Arruffandomi i capelli

Sperando nell’incontro col signore rosso dei cavalli

Proseguo a piedi uniti per risparmiare fiato

Saluto trenta donne che accompagnano un malato

Sospirare nella strada

Camminare nella strada

Chiacchierare nella strada

Nel silenzio più totale

Nel silenzio più totale

Eppure è una mattina vera

Guarda tu che è proprio vera

Eppure è una mattina vera

Guarda tu che è proprio vera

Ma qualcuno mi risponde:

Madonna che silenzio c’è stasera…

Madonna che silenzio c’è stasera…

Madonna che silenzio c’è stasera…

Grazia Deledda – Canne al vento #bookoftheday

“Ma dimmi, dimmi, Efix, — proseguí accorata, — non è una gran cattiva sorte la nostra? Giacinto che ci rovina e sposa quella pezzente, e Noemi che rifiuta invece la buona fortuna. Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto cosí? Perché la sorte ci stronca cosí, come canne?

— Sí, — egli disse allora, — siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.

— Sí, va bene: ma perché questa sorte?

— E il vento, perché? Dio solo lo sa.

— Sia fatta allora la sua volontà”

Il bello della lettura libera, oziosa, come piace a me. Esempio. La scena più bella dei 400 colpi di Truffaut è quando il suo alter ego si isola nel suo mondo fantastico leggendo Balzac, alla faccia dei suoi doveri altri.

Poche scene del cinema riflettono una parte così rivelatoria della mia intima essenza infantile.

Ma sto divagando. Esticazzi. L’ultima volta avevo fatto un salto in Sicilia, per rendere un doveroso e tardivo omaggio al genio di Andrea Camilleri e al suo primo Montalbano. Da un’isola all’altra, da un genio all’altro. Nobel, addirittura. E io, nella mia smisurata e spocchiosa ignoranza, chissà come pensavo fosse, la Deledda. E quel titolo ammiccante così giamaicano eppur così fuorviante. Di stupefacente, in questo libro, c’è la capacità descrittiva tipica dei Grandi. I russi, gli ammeregani. Di italiani così, me ne vengono in mente pochi. Forse nessuno. Ma è un limite mio, ovviamente, e delle mie lacunose letture. Non c’entra nulla, ma uno stupore simile lo sperimentai leggendo la Coscienza di Zeno. Italo Svevo. Da rileggere, ogni tot. Come mi concedo di fare per pochi. Salinger. Wilde. Kerouac. Shakespeare. Allen, persino. Tornando a Canna, che dire. Letto su iPhone iBooks come quasi sempre faccio. Trovato un bell’epub da liberliber, gratis. Ho già detto sorprendente? Be’, lo è. Per tanti motivi. Un po’ datato per alcuni rapporti gerarchici quasi feudali tra caste. Roba che non s’usa più. O forse sì. Ci sarebbe da approfondire il discorso dal punto di vista sociologico, ma francamente zzz. E allora torniamo ancora al libro. Cos’altro dire? La trama spunta un po’ al Beautiful d’annata, quando si scantona in un incesto non consumato e un bel matrimonio tra cugini, con contorno pruriginoso solo suggerito di sedicenni acerbe che si concedono al padroncino decaduto e chiacchiarabile, ma poi forse lo sposano, e ancora, servi fedelmente canini, ma pure un po’ omicidi, zie inquiete e, insomma, un piccolo mondo antico che non esiste più. Affascinante. La scrittura, poi. Meravigliosa. Da invidia. E che a scrivere sia una donna è un sonoro calcio nelle palle di tutti gli idioti paternalisti e boccaloni (presente) che sottovalutano in ogni tempo il genere femminile, per semplice scarsezza d’acume e pigrizia mentale. E ora? Indeciso tra Little women e Wuthering heights. Votate, votate, votate.

Ah, ma voi, questo libro l’avete letto? Vi è piaciuto?

Segue dibattito.