Atari. Potessi, magari…

Anno dis-grazia 1991. 28 anni fa. Contestualizziamo un po’ grazie a Santo Wikipedia. Il primo luglio si scioglie ufficialmente il Patto di Varsavia. Il 6 agosto, Tim Berners Lee lancia il primo www. Due eventi che rivoluzioneranno per sempre il mondo del porno. Lo scudetto va alla Samp di Vialli, la coppa Uefa all’inter e la cempionz alla Stella Rossa di Pancev. Della serie, per restare in tema zozzo, la do a tutti, ma proprio a tutti, tranne che a te. Il 24 novembre muore ufficialmente Freddie Mercury. Il 15 dicembre i Salieri di tutto il mondo festeggiano il 200esimo anniversario della morte di Mozart. Per onorare l’avvenimento, in quei tempi decisi di concedermi un nuovo sciagurato e penoso tentativo nel mondo musicale. Si favoleggiava di un elaborato elaboratore elettronico nomato Atari in grado di far meraviglie. Anche resuscitare con un solo click del mouse i musicalmente morti con zeru talent nel palmares. Nel frattempo, nella mia stanzetta il Lem Bit One (ne parlerò, è una minaccia), vetusto sintetizzatore analogico (con l’occhio e soprattutto il portafogli della madre) aveva da tempo soppiantato il Gem Sprinter (di cui ho già blaterato in uno dei miei vecchi post Del perché non sono Mozart. E manco Salieri., della serie citarsi addosso).

I suoni che tiravo fuori dal quel synth di secondhand potevano andar bene per la disco di oggi, erano decisamente troppo avanti per l’epoca, proprio come il sound di Ross. Peccato non aver avuto una Phoebe che riconoscesse il mio genio incompreso. Pazienza.

E quindi, mano al portafogli della mammina e ecco pronta una scatoletta prodigiosa, il Roland SC55, con tutti i suoni Midi GS, elicottero e applausi compresi. E poi, i cavetti midi, ma soprattutto, sua maestà l’Atari Mega STE con 4dico4 MB di Ram e 48 MB d’hard disk interno. Processore Motorola 68000 a 16 MHz, come i Macintosh Classic. Ma anche su questo ritornerò, un giorno. Monitor a colori Atari presto sostituito con uno monocromatico per farci girare i sequencer in HD. Strano, meraviglioso mondo, quello Atari.

Oltre alle porte midi di serie, c’erano quelle per due joystick e per il cavetto della Tv. Questo decise la sorte dell’Atari, l’avvenire dei miei giochi e (fors’anche) il mio mestiere.

Ora ti voglio dire,

C’è chi Atari per suonare

E c’è chi Atari per giocare.

E insomma, Atari aveva (e ne ha ancor oggi, a dispetto di tutto) un suo blasone, pur essendo ormai in conclamata fase calante. Eppure, sua era stata la prima home console, ben prima di Sony o Xbox. Poi il marchio aveva cominciato un lungo e inaspettato declino. Comunque, il Mega Ste era una proprio un gran bella macchinina. Sistema proprietario, come gli Apple o più propriamente gli Amiga, diretto competitor di quegli anni. La specializzazione musicale di serie lo contraddistingueva e lo contraddistingue ancor oggi da tutti i computer dell’orbe terracqueo. E così, oltre a smanettare con tastiera, expander e sequencer (Cubase, Oh, my love), scoprii un mondo underground fatto di Federici, Eugeni, Paoli che, in giro per lo Stivale, s’inviavano per posta bustoni di floppy da 720 KB con ogni ben di Dio videoludico. Il mio giuochino preferito (e quello di mio fratello, ovvio) era Kick Off 2, return to Europe. Come shine or come rain. Ore e ore a sfondare joystick come se non ci fosse un domani. Ah, che ricordi. Sniff. Ma erano e sono troppi i capolavori di quel periodo d’oro. Xenon 2, Maniac Mansion, Bomb Jack, i Pacman e famiglia… tra l’altro, tutti riesumabili con Steem su Pc e Hatari su Mac. Ma anche di questo, vabbè, ci siamo capiti. Arrivai al punto di configurarlo con tanto di modem 28.8k e stampante laser grande quanto lo Stadium, per farlo andare sul web, lavoricchiarci e tutto il resto. Anche emulando un Mac Classic. Sigh. Che tempi beati.

Passano gli anni, ma otto son lunghi. Mi becco il millenium bug, l’unico al mondo, apparentemente. Questa è l’unica spiegazione razionale che son riuscito a darmi del perché, a un certo punto, col gulliver ormai in pappa, io abbia preso una delle decisioni più perniciose della mia vita. Vendere il mio ormai inestimabile Atari per un pugno di lirette e per dedicarmi a cose serie, tipo un portatile con Windows 98, modem interno a ben 56k, lettore divvidì e tutto il resto. Quanta ignoranza, signora mia.

La storia ha comunque un lieto fine con sviluppi interessanti. Qualche mese fa ho comprato per pochi spiccioli un Atari St e ho cominciato a smanettarci su per… ari-be’, ci siamo ari-capiti (mini spoiler).

Stay tuned, more Atari is coming.

Un post al sole

Man mano che scrivo e prendo confidenza col nuovo media, scopro e dimentico subito cose nuove. Come incipit è un po’ banalotto, lo so, ma vediamo cosa porta in serbo stamattina il mio spiritello creAtiVo. Uhm. È da qualche settimana che ho creato il blog. Che ho deciso di farlo con WordPress e non Blogger. Che ho cominciato a prender confidenza con l’app, la configurazione e le categorie e i tag e i widget. Bella roba, ognuna meritevole di un tutorial passo passo di quelli chiuritusi, come direbbe un mio vecchio sodale. Resta da risolvere l’arcano del primo livello, degli ads e del come scrivere post di successo onde guadagnarci magari qualcosina, sempre per quel vecchio progetto dell’erma isola polinesiana che tanto cara mi fu. Poi mi resterà solo da risolvere il problema della fame, dell’inquinamento e della pace nel mondo, e corona e scettro di Influencer più ficoso dell’universo saranno miei, finalmente (risata malefica). All’alba vincerò. Ci vuole pazienza, memoria di ferro, metodo e qualcos’altro che ho già scordato. Il mio gulliver potrebbe essere già in overload. E allora, mi accontento di quel che ho fatto finora. Baby steps.

A Christmas gift

Kindle Paperwhite. L’ho provato. Va nella tasca della giacca o del cappotto. Entrerebbe anche nel marsupio, volendo. Fantastico. Leggerissimo. Gran regalo. Unico dubbio: ma come cavolo ci si copiano i libri? Su Amazon è presto fatto. Vai di wi-fi, ti scegli il libro e paghi. Se becchi l’offerta, anche poco. Se sei cliente amazon prime, men che meno. Sì, bello. Ma per quel tarlo che m’impone sempre di complicare il pane, a me piace leggere senza capire in inglese. Ho contattato amazon. Risposta in un nanosecondo (ed è Natale, eh). Ebbè, ci sono pure in inglese, gratis. Vero. Una decina. Fumetti, un libretto di Starwars (slurp) e poco altro di free. Qualcosa a pagamento. Ma siccome oggi è ancora Natale e ieri ho visto quel bel film sull’uomo che lo ha inventato, mi vien voglia di rileggere a Christmas carol di Chuck Dickens. Facile. Lo scarico dal progetto gutenberg (ce ne sono un fottio) in versione kindle. Lo do tosto in pasto a calibre. Collego il paperwhite al mio mac via usb. Invio al dispositivo il libro in formato azw e… ta daaaa. Il libro è servito, pronto per la lettura. E se tengo premuto con un ditino una parolina, il dizionario mela traduce pure. Figo. Karo Kindle, sao ke kelli libri tant’anni mi terranno impegnati, nevvero? Lovvoti.

Spectrum delle mie brame

L’anno, l’84. Quindi, verosimilmente, regalo di Natale. Mio cuggino m’aveva da poco indotto a stabilire il nuovo record personale di salivazione pavloviana facendomi vedere il suo Commodore Vic 20 e un giochino che Metal Gear scansate proprio, tipo uno Shuttle a scorrimento orizzontale che scansava perlappunto meteoriti e razzi vari nel blu dipinto di blu. Ovvio, dunque, giuocarmi la carta che sì bene avrebbe funzionato negl’anni a venire per indurre il mio generoso e mai troppo rimpianto papino ad allargare i cordoni della sua borsa, sì da garantire una formazione tecnologicamente adeguata alla giovani e avide menti della sua prole. “Sì, papi, giurin giuretta, il computer mi serve per studiare, programmare, è il futuro. Davvero, ci si può anche giocare? Maddai, figurati, quello è il Commodore, io voglio lo Spectrum…”. E così, eccoci, il mio bro e io, a spacchettare il nuovo gioiello di zio Clive (Steve chi? Il puzzone dell’Atari? Ne doveva mangiare di mele, ancora…), lo Spectrum plus. Settezentomilalire, è un prezzo di favor, per un concentrato di tecnologia albionica, nero, coi tasti finalmente non di gomma ma di plastica su membrana che se poi sparavi troppo forte con lo space a ripetizione erano cazzi e col cavolo che li riparavi. Ma questa è un’altra storia. Dov’ero rimasto? Ah, sì, lo Spectrum plus, dicevamo. Tecnologia del futuro. Basic preinstallato per programmarci su. Taaanta roba. E poi scoprivi il mondo delle cassette musicali che diventavano contenitrici di meraviglie infinite. Un cavettino semplice per collegare l’uscita e l’ingresso di registratore e computer. Un cacciavitino per regolare lo zenit. E poi, partiva il luuungo caricamento dei programmi con un rumore che era una musica. Prima di sapere cosa fosse un modem e internet. C’era quella melodia. E poi, il cavo antenna collegato alla tv a valvole anni 60 innrigoroso bianco e nero, la ricerca con la manopola del canale uhf che visualizzava lo schermo. La nitidezza del tv a valvole dumont. E poi, senza altro indugio, i giochini. In dotazione col pacchetto. Gli scacchi. Col computer che pure a livello d’oh ti facevano un culo così e capivi subito tante cose. E poi, l’amore mio. Jet pack. Una meraviglia nella sua semplicità e giocabilità infinita. Roba che ci stavi giornate intere, con buona pace del tuo papi che sorrideva sornione e bonario con un “lo sapevo io” scritto in faccia. E il mio edicolante di fiducia, la vecchina buona di Biancaneve che mi spacciava i nuovi numeri di special program e special playgames by G.B. Max, che piratava alla grande con un epsilon a piacere di differenza i giochini d’oltremanica. Un torrent ante litteram, a ben pensarci, però a pagamento. Lato B, Spectrum (che culo!), lato A, Commodore 64. E partiva d’incanto la diatriba su quale fosse meglio e perché. Guerra di religione seria, roba che manco Beatles/Stones, fasci/rossi, impermeabile/ombrello. Meglio non sbilanciarsi per evitare flame infiniti sul perché fosse meglio lo Spectrum punto e basta. Epperò, quanto i miei neuroni si siano esercitati indarno in quegli anni con match point, match day, atic atac, pac man e lunar jeep, lo sa solo il mio amato Spectrum. Prima che lo friggessi con un malsano collegamento d’interfaccia di joystick a computer acceso. Ma anche questa è un’altra storia…

Era una notte buia e tempestosa…

5251C788-12FB-4C6B-8EFC-35E18C3D25AEGenerazione Linus. Gente intorno ai cinquant’anni adesso, lustro più, lustro meno. Quelli che a fine anni 70 scoprivano i Peanuts, B.C., e poi negli 80 Calvin & Hobbes e più tardi persino Valentina di Crepax e Andrea Pazienza. Young ragazzini sempre poco allineati che rubacchiavano i giornaletti da zii e cugini più grandi, saltando per il momento a piè pari le pagine scritte e i fumetti più adulti. E insomma, il titolo di cui sopra rimanda inevitabilmente all’incipit delle novelle scritte a macchina da Snoopy, lo scrittore pasticcione per antonomasia. Il mio Eroe. E allora? E allora niente. Qui scriverò di tutto quel che mi frulla per il gulliver, provando a ricostruire i frammenti dei brandelli di ricordi della mia infanzia e poi adolescenza a tempo indeterminato. E chedduepalle. Vero. Per rendere il tutto più potabile, gugolanaliticamente interessante, guadagnare tanto da far invidia alla Ferragni e a Aranzulla e ritirarmi felice e contento su un’improbabile isola tropicale senza mosquitos, farcirò il tutto con ricordi di giochi da tavolo analogici co/senza parentame annesso, retrocomputing da pong in poi, tv in bianco e nero e poi a colori e poi in accaddi, musica analogica e poi digitale e strimpellatachediomiperdoni, racconti di bel calciuo e coppedeicampioni, libri che ho letto e non ricordo o non ho capito, fumetti e cartoon che ho amato da Topolino in poi, disastri culinari, fallimenti da nerd con q.i. troppo basso per atteggiarsi a Sheldon, e poi tutto il resto, in base all’umore del momento. Ché già mi pare abbastanza, come dichiarazione d’intenti, nevvero? Se solo me ne ricordassi ancora e la mia pigrizia mi desse tregua. Chissà.