Gif, mood and song of the day. I’m a loser

C’è qualcosa di morbosamente affascinante nell’essere perdenti. La L di Joey è un marchio indelebile nella nostra società così americanizzata, socializzata, influencerizzata. Scusate l’inizio da pippone inverecondo, mi fermo subito, promesso.

Ripartiamo.

Il tutto nasce da una frase che mi ronza in testa da qualche giorno. Perché io sono uno di quelli ai quali il Boss cantava quella cosa lì, in No surrender, sull’aver imparato di più da una canzone che dalla scuola. Chissà. La frase stavolta è

“Although I laugh and I act like a clown

Beneath this mask I am wearing a frown”

Lo ammetto, non è poi tutto ‘sto granché. Lennon, soprattutto quello dei primi Beatles, non è Dylan. È più diretto, senza quei mirabolanti fronzoli poetici e lisergici di là da venire. Te le canta così, come le sente. Come farà in Plastic Ono Band. Come farà, in fondo, fino alla morte. Un underdog che ce l’ha fatta, un loser di successo. A working class hero is something to be. Come Charlie Brown e la ragazzina dai capelli rossi. Come Paolino Paperino e la fortuna, in generale. Come tutti i veri eroi della letteratura d’ogni tempo. O come, ahimè, la Juve e la cempionz. Ognuno ha la sua kriptonite. Per dirla con lo zio Frank:

Here’s to the losers,

here’s to the losers,

here’s to the losers
Bless them all!

Beatles – I’m a loser

sono un perdente

I’m a loser

sono un perdente

I’m a loser

E io non sono quello che sembro

And I’m not what I appear to be

Di tutto l’amore che ho vinto e che ho perso

Of all the love I have won, and have lost

C’è un amore che non avrei mai dovuto incontrare

There is one love I should never have crossed

Era una ragazza su un milione, amico mio

She was a girl in a million my friend

Avrei dovuto sapere che alla fine avrebbe vinto

I should have known she would win in the end

sono un perdente

I’m a loser

E ho perso qualcuno che è vicino a me

And I lost someone who’s near to me

sono un perdente

I’m a loser

E io non sono quello che sembro

And I’m not what I appear to be

Anche se rido e mi comporto come un pagliaccio

Although I laugh and I act like a clown

Sotto questa maschera sono disperato

Beneath this mask I am wearing a frown

Le mie lacrime cadono come pioggia dal cielo

My tears are falling like rain from the sky

È per lei o per me che piango?

Is it for her or myself that I cry?

sono un perdente

I’m a loser

E ho perso qualcuno che è vicino a me

And I lost someone who’s near to me

sono un perdente

I’m a loser

E io non sono quello che sembro

And I’m not what I appear to be

Che cosa ho fatto per meritare un simile destino?

What have I done to deserve such a fate?

Mi rendo conto di averla lasciato troppo tardi

I realize I have left it too late

E quindi è vero che l’orgoglio precede una caduta

And so it’s true pride comes before a fall

Te lo dico, così che tu non perda tutto

I’m telling you so that you won’t lose all

sono un perdente

I’m a loser

E ho perso qualcuno che è vicino a me

And I lost someone who’s near to me

sono un perdente

I’m a loser

E io non sono quello che sembro

And I’m not what I appear to be.

“When did you start to feel like a father?” moment. Just ask Friends.

“ROSS: Thanks, Dad. Really, you know, I just, I just needed to know, when did you start to feel like a father?

MR. GELLER: Oh, well, I, I guess it musta been the day after you were born. We were in the hospital room, your mother was asleep, and they brought you in and gave you to me. You were this ugly little red thing, and all of a sudden you grabbed my finger with your whole fist. And you squeezed it, so tight. And that’s when I knew.“.

Game, set, match.

Friends – Ross and Jack Geller

Tony Bennett – I’ve got the world on a string

I’ve Got the World on a Fist

(Cooper-Bennett)

I’ve got the world on a fist

I’m sitting on a rainbow

Got that fist around my finger

What a world, what a life; I’m in love

I’ve got a song that I sing

And I can make the rain go

Any time she hold my finger

Lucky me, can’t you see? I’m in love

Life’s a wonderful gist

As long as I’ve got that fist

I’d be a silly so-and-so

If I should ever let you go

I’ve got the world on a fist

I’m sitting on the rainbow

I’ve got that fist around my finger

Oh, what a world, what a life; I’m in love.

Come ti vesti. Trentesima, trentunesima e trentaduesima puntata.

In tre giorni ne potrebbero succedere di cose. Cambiamenti. Nuove opportunità, cose, nomi fiori, frutta animali e città. Ma non sono questi i tre giorni. Fa freddo. Tira vento. Urla la bufera. Vorrei star a lettuccio eppur bisogna andar. Chissà quanto scalderà il sol dell’avvenir. Nel dubbio, mi tengo allineato e coperto rasente i muri ché, come diceva il lider, la vita è una tempesta, ma prenderlo inderposto è un lampo.

Trenta

Costine, again. Yep. Giacca di velluto Tommy Hilfiger modello ‘o zappatore, abbinato a pantaloni simili con sfumature diverse, anfibi plasticosi Converse e maglioncino finissimo Emporio Armani superoutlet. Finissimo e leggerissimo, ‘tacci sua. Etciù.

Trentuno

Jeans Gas strastrausati from the days of yore, giacca pure Jeans Tommy Hilfiger, felpa verde militare Peanuts ficosissima chick magnet e gli anfibi Converse per cui la quale sopra. Raffreddore incombente, complice la tramontana pollinense che regala fiocchi di neve e sindromi influenzali a giusti e ingiusti.

E trentadue

Giacca e pantalone Henry Cotton’s grigi, maglione a zippone Glenfield e stivaletti d’ordinanza Marlboro. Allora è un vizio. Già, e a quanto pare, nuoce gravemente alla salute della mia gola infiammata. Oh dark mother of aspirin, once again I suckle at your acid teat.

Stay tuned, stay fashion, stay healthy!

Del perché Friends sia la miglior sit-com di tutti i tempi. Ebbasta.

Dice: è mainstream. Vero. Ari-dice: alcune puntate sono solo dei riempitivi con riassuntini per fare volume. Ari-vero. Epperò, che goduria. Metti una puntata a caso, rigorosamente in inglese con sottotitoli, e vai tranquillo. 20 minuti di puro relax, battute fulminanti, personaggi memorabili e in generale, classe, metodo, costanza. Già, perché bisogna averne a pacchi per durare dieci stagioni al ritmo di 24 puntate l’anno, che, vediamo, vuol dire pressappochisticamente sfornare circa una puntata ogni due settimane, festivi compresi. Ari-ari-dice: ebbé, sticazzi, c’è un canale televisivo ammeregano dietro, mica un bloggerino qualunque in un minuscolo spazio vitale. Cazzo ti immedesimi? Ari-ari-vero. Epperò, Oh. My. God. L’alchimia tra i personaggi, l’umanità e franchezza cinica dei dialoghi proprio come avviene tra amici, i sottotesti impliciti e poi esplicitati, gli alti e bassi umorali e fisici dei personaggi nel corso della decade. Mai vista una così. Ok, lo ammetto. Sono una vedova inconsolabile di Friends. Quasi come dei Bitolz. Non come Twin Peaks, questo no. Ma quasi quasi. Altro sport, altro campo da gioco. Epperò. Vaco distrattamente abbandunato alla ricerca di frammenti sparsi nelle serie tv e film successivi. Rachel sfonda ma non spacca, Cougar Monica, you’re nearly a laugh but you’re really a cry, Joey in Episodes, ottimo, ma non riesce proprio a farsi perdonare lo spin-off devastante, Phoebe in Frankie e Grace, pallida imitazione della adorabile dea che fu. Good stuff, mostly. Sì, ok. Ma tornando alla similitudine precedente, dopo la diaspora non siamo manco vicini al livello di Paul e Ringo, ché George o John lasciamoli proprio stare. Se poi riguardi la puntata perfetta, la s02e07, capisci perché. La guardi. La riguardi. Infinite volte. Come Imagine. Come i Peanuts. Come il Pilot di Twin Peaks. Come Italia-Brasile dell’82 o Italia-Germania del 2006, come Borg-Mc Enroe a Wimbledon. Come il rientro di Jordan coi Bulls. Come Pulp Fiction, come Il ritratto di Dorian Gray. Come la rovesciata di Ronaldo o la pennellata di Pinturicchio. Come il monologo di Amleto. Come la pizza di Sorbillo o le tagliatelle al ragù di mamma. Proprio come You’re the top di Cole Porter. Come i sorpassi di Gilles su Arnoux o l’impresa di Ayrton a Donington. Come la Cappella Sistina. Come together. Just like heaven. Come la gran partita di Wolfy. “Sulla pagina sembrava… niente! Un inizio semplice, quasi comico: appena un palpito, con fagotti, corni di bassetto, come lo schiudersi di un vecchio cofano. Dopo di che, a un tratto, ecco emergere… un oboe! Una sola nota sospesa immobile, finché un clarinetto ne prende il posto, addolcendola con una frase di una tale delizia! Quella non era la composizione di una scimmia ammaestrata. No, era una musica che non avevo mai udito, espressione di tali desideri, di tali irrefrenabili desideri. Mi sembrava di ascoltare la voce di Dio“. Ecco. Bravo Sal. Dillo tu, a nome e per conto di tutti i mediocri. Cambia strumenti, note e musica con gli attrezzi del mestiere degli altri, e, toh, guarda, hai colto lo spirito, lo sai, grezzo sì, primitivo sì, magari perfino grottesco, eppure qualcosa di inesplicabile mi dice che questo potrebbe essere proprio quel di cui vado blaterando.