La risposta è… (spoiler)

Finito giusto ora di leggere Hocus Pocus. Kurt Vonnegut. Letto in inglese, come piace a me, per esercizio e diletto, con la solita punta di narcisismo q.b. Traduttore sempre attivo, di corsa. Su iPhone con Google o su Kindle, con il vocabolario direttamente da reader. 1-0 per il Kindle e book al centro. Ché poi, chissà perché i vocabolari su iBooks prima ci fossero, poi siano misteriosamente spariti, all’incirca intorno al momento della presunta dipartita di zio Stiv. Forse facevano parte del suo patrimonio personale e magari gli eredi l’hanno venduti sottobanco ad Amazon. Vallo a sapere. Vonnegut, dicevo. Consigliatomi da un magnifico compagno di fede juventina, grandissima penna, conosciuto eoni fa su Usenet. Un fine intellettuale, cervello in fuga, esiliato in Francia per motivi culinari. Non smetterò mai di ringraziarlo per la dritta libraria. Mattatoio 5, tanto per cominciare. Gli altri sarebbero venuti da sé. Anfatti. È già passato qualche anno. Sono un lettore lento, pigro e inesorabile. Centellino come fossero nobili distillati i libri buoni. E purtroppo, li dimentico con inversa velocità. Ah, lo Zio Kurt. Ne ha scritti un bel po’, di capolavori. Assurdi, stravaganti, improbabili. Eppure, così godibili, diretti, onesti nello smascherare le piccole e grandi meschinità della natura umana, senza mai giudicarle. Come un osservatore esterno Tralfamadoriano. Lui assistette al bombardamento di Dresda. Salinger entrò tra i primi nella Auschwitz liberata. Dickens era stato in fanciullezza Oliver Twist e/o David Copperfield. Hemingway, al fronte che mormorò. Traumi che segnano la vita, lo stile e soprattutto intrecciano il fil rouge dell’opera di uno scrittore. Le meschinità, dicevo. Vonnegut le prende come un dato di fatto inoppugnabile, come in una formula chimica, proprio come farebbe Walter White. To’, guarda. Vonnegut studiò chimica, pure lui, come il mefistofelico Heisenberg. E la passione o comunque il pallino per i numeri emerge anche in Hocus Pocus. Il protagonista termina il racconto con un problemino algebrico da risolvere, per i lettori più attenti (io invece ho dovuto googlare. La natura umana, dicevamo). Gli elementi dell’equazioncina sono disseminati nel libro. La soluzione darà il numero esatto e coincidente delle persone uccise e delle donne amate dal nostro antieroe.

And in the end the life you take

is equal to the love you make.

Avrebbe cantato Paul, se solo non fosse morto. Il numero è sorprendentemente quasi il doppio più alto dell’arcinota costante di Douglas. Ma questo è un dettaglio buono giusto per gli amanti della statistica, com’io pur fui, in una mia vita passata. Ciò che conta davvero, è la cifra stilistica. L’inerzia del libro. Il buon prospetto. La barba al palo. Il pallone facile preda dell’avversario. Luoghi comuni, frasi fatte, formule magiche. E non c’è niente da capire. Solo godere del piacere della lettura, lasciando vagare la mente, sciacquandosi i panni alla fonte altissima, purissima di zio Kurt.

“Giusto perché qualcuno di noi può leggere e scrivere e fare un po’ di matematica, questo non vuol dire che meritiamo di conquistare l’Universo”.

Già.

Next stop: Timequake. Che poi sarebbe l’ultimo, al netto delle raccolte di briciole varie che pian piano raccatterò per strada.

Apple Watch, parliamone

Regalo superfigo di qualche mese fa. Serie 3. Costato una paccata di soldi, quindi di che mi lamento? Nulla, davvero. Cioè, parliamone. Gli è che io sono cresciuto a pane, Nutella e Diabolik, Paperinik, e poi Spazio 1999, Star Trek. Quindi, sono aduso all’idea che un orologio da polso/gingillo fantahitech faccia da videotelefono, uolchitolchi, gps atto alla localizzazione in caso di teletrasporto, contatore geyger, bastone da rabdomante e, magari, dica anche l’ora con la voce di Topolino (W-O-W!). Epperò, se a lanciarlo sul mercato mondiale è zio Stiv (già nelle grandi praterie da un bel po’, invero, in compagnia (forse) di Jim, Elvis e compagnia cantante), è anche ovvio che si nutra qualche aspettativa in più, tipo un pulsante segreto che se lo premi dopo tre giorni sei a nuotare con le arselle alle Seychelles. O che almeno ti risponda Eva Kant o Sarah di Chuck dall’altra parte. E invece è solo Siri. Hai detto cotica.

Siri e Raj

Ok, sono illusioni da bimbominkia melomane. E insomma, però, un po’ di delusione, in fondo al mio cuoricione, resta. E allora, come fanno quelli bravi, proviamo pure a scriverci su una bella rece liberatoria. Del tipo: bel display (io jo la versione 3, non sabe le atres, ché poi mi spiegherò perche dopo un errore di battitura mi viene da scrivere come farebbe il Salvatore de Il nome della Rosa, ma questa è un’altra storia, caramba y carambita). Dicevo, un display luminoso su cui puoi fare cose, vedere gente… ok, ma in concreto? Be’, c’è il respiro e pure il battito. Figo. Cioè, di misurare, misura. Ma non è proprio un holter. Ci sono orologetti che con trentamilalire del vecchio conio te la fanno meglio, magari. Si scherza, eh. E poi ci sono le app che s’interfacciano coll’iPhone. Uhm. Sì. Puoi usarlo come telecomando per il tuo iPhone. Caruccio. Ti avvisa quando arrivano uozzap e ipuoi imandare imessage. Ebbè. Lo fa pure l’iPhone. Sì, ma ce l’hai al polso. E vibra. Uhm. Qui comincia a diventare interessante (zozzoni, no, non quello). Ti dice la temperatura esterna in tempo reale, consentendoti di dedurre senza l’ausilio della tua mammina che ti sei vestito un po’ troppo leggerino, ché poi ti viene il raffreddore. Right. In realtà, il meglio per me viene la mattina. Metti la sveglia, e lui pian piano, in un crescendo rossiniano, lesto s’è desto. Vibra, dolcemente. Una musichina che ti consola per l’orrendo affronto che la sveglia mattutina comporta. E ti chiede pure se vuoi posporre di qualche minuto. Tenero! Peccato la batteria duri pochetto, facciamo un giorno, va’. E magari si scarica proprio quando non vuoi e ti ritrovi con un cuore di paglia. E allora buonanotte, che è meglio, detto con la voce puffosissima di Topolino.