Panini mitologici

In principio fu Bettega. Svettante, di testa, in una figurina del ’73. Ero a casa del mio vicino, più grande d’un paio d’anni. Io ne avevo 5 e poco più. Il primo nitido ricordo di qualcosa che avesse a che fare col pallone e l’universo incantato dei divi calciatori. Figurine mitologiche tipo Pizzaballa, Speggiorin o Mattolini. E poi Minoia con la maglia a righe larghe, Prandelli l’introvabile, e poi le raccolte del 74 con la grande Olanda di Crujiff e la Cermania di Beckenbauer e Gerd Muller e di Sepp Maier, l’antipatico clown pre It che contendeva il titolo di miglior portiere a Dinone Zoff e all’esotico Tomaceschi della Polonia di Casimiro Deyna e Lato il pelato. E poi fu la volta di Argentina ’78, con la bella Italia di Bearzot pre-mundial. Le figurine doppione incollate sull’interno dell’armadio mio e di mio fratello. E i dispetti incrociati, a scarabocchiare le facce cornificando reciprocamente io gli interisti e lui gli juventini. Bullismo fratricida presocial, tra una partita infinita a subbuteo, una carneficina di soldatini, cowboy e indiani pre effettispeciali da una Notte al museo e una col supersantos nella nostra stanza, a sfasciare i letti usati per lungo a mo’ di porte e gol a battimuro non vale. Quell’Italia del vero Penna Bianca, con Rossi pre-scandalizzato e Cabrini idolo delle mie compagnette di scuola, di macelleria Benetti e del barone Caùsio. E insomma, di tutta la cosmogonia pedatoria per la prima volta a colori. Il telefunken 9 canali di papà, uno dei primi, col vicino con prole a veder le partite con noi. Scene da anni 70 che intender no lo può etc. E il profumo inebriante delle figurine. Roba da sballo. Il rito scaramantico del ritagliare gli angoli delle bustine per scongiurare i doppioni. Un gratta e vinci ante litteram, praticamente. E poi lo scambio di figurine, le mappatelle prooova! veeera! e le mani rosse dal dolore per le botte ripetute sui pavimenti e marciapiedi. E le tasche dei cappotti sfondate dai mazzi di figurine doppie, che finivano incollate sui diari Vitt, insieme ai primi rudimentali slogan pre ultrà, alle firme dei compagni, alle formazie e talvolta alla lista dei compiti del giorno dopo. La mia prima e unica raccolta completata fu, credo, quella dell’82. Quella del mundial insperato, della morte e resurrezione calcistica di Pablito, di nuntereggae più Bearzot che invece resse, eccome, in barba a Rino che invece no e se ne andò davvero troppo presto e troppo male. Troppi ricordi, direbbe Giovanni.

Era una notte buia e tempestosa…

5251C788-12FB-4C6B-8EFC-35E18C3D25AEGenerazione Linus. Gente intorno ai cinquant’anni adesso, lustro più, lustro meno. Quelli che a fine anni 70 scoprivano i Peanuts, B.C., e poi negli 80 Calvin & Hobbes e più tardi persino Valentina di Crepax e Andrea Pazienza. Young ragazzini sempre poco allineati che rubacchiavano i giornaletti da zii e cugini più grandi, saltando per il momento a piè pari le pagine scritte e i fumetti più adulti. E insomma, il titolo di cui sopra rimanda inevitabilmente all’incipit delle novelle scritte a macchina da Snoopy, lo scrittore pasticcione per antonomasia. Il mio Eroe. E allora? E allora niente. Qui scriverò di tutto quel che mi frulla per il gulliver, provando a ricostruire i frammenti dei brandelli di ricordi della mia infanzia e poi adolescenza a tempo indeterminato. E chedduepalle. Vero. Per rendere il tutto più potabile, gugolanaliticamente interessante, guadagnare tanto da far invidia alla Ferragni e a Aranzulla e ritirarmi felice e contento su un’improbabile isola tropicale senza mosquitos, farcirò il tutto con ricordi di giochi da tavolo analogici co/senza parentame annesso, retrocomputing da pong in poi, tv in bianco e nero e poi a colori e poi in accaddi, musica analogica e poi digitale e strimpellatachediomiperdoni, racconti di bel calciuo e coppedeicampioni, libri che ho letto e non ricordo o non ho capito, fumetti e cartoon che ho amato da Topolino in poi, disastri culinari, fallimenti da nerd con q.i. troppo basso per atteggiarsi a Sheldon, e poi tutto il resto, in base all’umore del momento. Ché già mi pare abbastanza, come dichiarazione d’intenti, nevvero? Se solo me ne ricordassi ancora e la mia pigrizia mi desse tregua. Chissà.