The Founder. Ovvero, dell’Arte di far soldi. #movieoftheday

Sai cos’ho inventato, Mac? Un concetto. Ho inventato il concetto di vittoria. […] Mentre voi due vi accontentavate di stare in disparte a fare i perdenti. Io me lo prendo il futuro, io voglio vincere e non si vince rimanendo dei buoni e lagnosi babbei. Negli affari non c’è posto per gente così. Gli affari sono guerra. È cane contro cane, ratto contro ratto. Se il mio avversario sta affogando io mi avvicino e gli verso l’acqua direttamente in bocca! Tu puoi dire lo stesso?

Eccola qui, pura e distillata, al netto delle ipocrisie, la quintessenza del sogno ammeregano, dai padri pellegrini a Custer, passando per Nixon, Reagan e i Bush fino ad arrivare a Trump.

Qualche anno fa provai persino a leggere e a mettere in pratica, ripetendo, come un mantra blasfemo, le parole di Napoleon Hill in Think and grow rich, un vademecum attualissimo sulle caratteristiche che deve avere un uomo di successo. Per dirla sempre con un suo seguace, ovvero il protagonista di questo film:

Allora, so cosa state pensando: “Come diavolo fa un uomo di cinquantadue anni, al tramonto, rappresentante di macchine per frappè, a fondare un impero del fast food con milleseicento ristoranti in cinquanta stati, cinque paesi stranieri e un’entrata annuale che viaggia intorno ai settecento milioni di dollari?” Una parola: perseveranza. Niente a questo mondo può sostituire la buona vecchia perseveranza, né il talento – che c’è di più comune degli uomini di talento che non hanno successo? – né il genio – il genio non riconosciuto è ormai un cliché – l’istruzione nemmeno – visto che il mondo è pieno di cretini istruiti. Soltanto la perseveranza e la determinazione sono onnipotenti.

Perseveranza. Determinazione.

Aggiungerei, consapevolezza. Che nella vita, gli indiani tendenzialmente resteranno indiani, i pirati, pirati, i cowboy, cowboy. E che per ogni singolo, geniale McDonald che s’inventa una potenziale gallina dalle uova d’oro, comunque la si giri, ci saranno sempre millemila volpi che alfine riusciranno a entrare nel pollaio di turno per sedurla, ghermirla, plasmarla e alfine incatenarla, trasformandola in efficientissima macchina da soldi. Finché covid o asteroide non li separi.

Ah, per inciso, ottimo film, invero. Essenziale. Laura Dern. Michael Keaton. Roba per palati fini. Altro che fastfoodpopcornmovieholliwoodiano oleograficamente untuoso.

Sulla sua morale di fondo, che dire, ci penserò, promesso. Non esattamente un toccasana per l’umore, con questi chiari di luna. Ma tant’è.

Charles Dickens – A #Christmas carol. #bookoftheday #Natale

Ne avevo parlato giusto un anno fa, in occasione di un gradito regalo. Così, tra un post e l’altro e la vita che scorre sottoterra, per dirla con zio David, mi ritrovo alfine a scrivere del vecchio, ma sempre attualissimo zio Charles. Ancora. Di suo, ricordo vagamente d’aver letto Oliver Twist, ascoltato David Copperfield, e poi ho certo visto alcuni film, persino musical. Anche su Scrooge, ovviamente. Mi mancavano un po’ di cose. Tipo, ad esempio, provare a leggerlo in originale. Una mia fissa patologica, lo so. E poi, magari, scriverci su qualcosa di sensato e originale entro e non oltre Natale, per rispettare la mia personalissima regola sui post natalizi. E invece, nel giorno dopo la Befana sto ancora a parlare di Babbo Natale. E vabbé, inutile farneticare e autoinfierire. Sono questi, oggi, i migliori neuroni che abbiamo.

Ma veniamo al libro, ordunque.

Più che una favola. Una vera e propria parabola sull’intima essenza della natura umana. Sull’eterna lotta tra il bene e il male insito in ogni persona, sull’istinto egoistico primordiale contrapposto alla compassione umanistica verso i compagni di viaggio nella nostra breve e spesso miserevole e meschina vita. Du’ palle, dunque?

Non proprio.

La scrittura scorre, è godibilissima e l’inglese abbastanza comprensibile persino per il mio povero gulliver, a parte qualche termine desueto che mi ha spinto a ripetute e affannose ricerche sul dizionario e sul web. E riflettendoci su, ho fantasticato ‘stu penziero, come avrebbe detto Totò nella sua livella. Siamo tutti Scrooge, più o meno. Come l’animale che cammina prima su quattro gambe, poi su due e infine su tre. L’indovinello della Sfinge. Ma quante ne so.

Prima fase. Il Natale passato. La fanciullezza. Le letture avventurose, prepuberali, liberi dalle pulsioni sessuali e dal grado di testosterone che definirà la fase adolescenziale e non solo del resto della nostra vita. I grandi sogni. Gli entusiasmi. Gli ideali. E poi, l’ingresso nella fase più adulta, lo studio, i primi lavori, la gavetta. L’amore romantico e ingenuo, l’entusiasmo acritico. Qui, Quo, Qua, che diventano Paperino.

Seconda fase. Il Natale presente. L’età matura. Che, nel caso di Scrooge, sarà spannometricamente intorno ai 50-60 anni. La posizione sociale finalmente raggiunta o forse no, la stabilità economica tanto agognata, a furia di brigare, intrallazzare, sgomitare rapacemente. Risparmiando ogni nichelino, vessando i propri dipendenti, incuranti delle sofferenze del prossimo e dell’amore disinteressato, quando lo si incontra. Paperino che diventa zio Paperone.

Terza fase. Il Natale futuro. Quello in cui scopriremo a postumi se e come saremo ricordati, forse, quando non ci saremo più. Con la consapevolezza che, tanto,

“Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo a’ morte!”

Già.

Nel mio caso, la prima fase mi riporta ai Natali passati a casa dei nonni. Le tombolate oceaniche con le bucce di mandarino come segnanumero, le partite a Stop e Tressette dei grandi, mentre noi piccoli ammiravamo la maestria spocchiosa delle loro giocate. “Paru, paru, disparu ‘mmanu”. Tutto finito, morti i nonni. Prima di Internet e degli smarfòn, pure prima della tv a colori e dei videoregistratori, della tv commerciale e satellitare. Altra preistoria. Dov’è il rewind?

La seconda fase, il Natale di oggi, mi vede azzerato, in una camera d’ospedale, al capezzale di mia figlia. Tutto intorno, la festa e la terza guerra mondiale incombente. Così vanno le cose. Nude e crude.

La terza fase non so proprio nemmeno lontanamente immaginarla. Come Scrooge, anch’io vorrei sapere che c’è ancora tempo per rimediare, prima della fine.

Chissà.

Ah, dimenticavo. L’epub gratis è qui:

http://www.gutenberg.org/ebooks/1933

E ora, si chiederanno i miei piccoli lettori col fiato sospeso, cosa leggerai? A dire il vero, ninzò. Ho ancora Piccole donne in sospeso. E un retropensiero di iniziare a leggere e dilettarmi donchisciottescamente di programmazione.

Chissà (2)

Grazia Deledda – Canne al vento #bookoftheday

“Ma dimmi, dimmi, Efix, — proseguí accorata, — non è una gran cattiva sorte la nostra? Giacinto che ci rovina e sposa quella pezzente, e Noemi che rifiuta invece la buona fortuna. Ma perché questo, Efix, dimmi, tu che hai girato il mondo: è da per tutto cosí? Perché la sorte ci stronca cosí, come canne?

— Sí, — egli disse allora, — siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.

— Sí, va bene: ma perché questa sorte?

— E il vento, perché? Dio solo lo sa.

— Sia fatta allora la sua volontà”

Il bello della lettura libera, oziosa, come piace a me. Esempio. La scena più bella dei 400 colpi di Truffaut è quando il suo alter ego si isola nel suo mondo fantastico leggendo Balzac, alla faccia dei suoi doveri altri.

Poche scene del cinema riflettono una parte così rivelatoria della mia intima essenza infantile.

Ma sto divagando. Esticazzi. L’ultima volta avevo fatto un salto in Sicilia, per rendere un doveroso e tardivo omaggio al genio di Andrea Camilleri e al suo primo Montalbano. Da un’isola all’altra, da un genio all’altro. Nobel, addirittura. E io, nella mia smisurata e spocchiosa ignoranza, chissà come pensavo fosse, la Deledda. E quel titolo ammiccante così giamaicano eppur così fuorviante. Di stupefacente, in questo libro, c’è la capacità descrittiva tipica dei Grandi. I russi, gli ammeregani. Di italiani così, me ne vengono in mente pochi. Forse nessuno. Ma è un limite mio, ovviamente, e delle mie lacunose letture. Non c’entra nulla, ma uno stupore simile lo sperimentai leggendo la Coscienza di Zeno. Italo Svevo. Da rileggere, ogni tot. Come mi concedo di fare per pochi. Salinger. Wilde. Kerouac. Shakespeare. Allen, persino. Tornando a Canna, che dire. Letto su iPhone iBooks come quasi sempre faccio. Trovato un bell’epub da liberliber, gratis. Ho già detto sorprendente? Be’, lo è. Per tanti motivi. Un po’ datato per alcuni rapporti gerarchici quasi feudali tra caste. Roba che non s’usa più. O forse sì. Ci sarebbe da approfondire il discorso dal punto di vista sociologico, ma francamente zzz. E allora torniamo ancora al libro. Cos’altro dire? La trama spunta un po’ al Beautiful d’annata, quando si scantona in un incesto non consumato e un bel matrimonio tra cugini, con contorno pruriginoso solo suggerito di sedicenni acerbe che si concedono al padroncino decaduto e chiacchiarabile, ma poi forse lo sposano, e ancora, servi fedelmente canini, ma pure un po’ omicidi, zie inquiete e, insomma, un piccolo mondo antico che non esiste più. Affascinante. La scrittura, poi. Meravigliosa. Da invidia. E che a scrivere sia una donna è un sonoro calcio nelle palle di tutti gli idioti paternalisti e boccaloni (presente) che sottovalutano in ogni tempo il genere femminile, per semplice scarsezza d’acume e pigrizia mentale. E ora? Indeciso tra Little women e Wuthering heights. Votate, votate, votate.

Ah, ma voi, questo libro l’avete letto? Vi è piaciuto?

Segue dibattito.

Studio comparatico dell’immortale capolavoro “Le Idi di Maggio” #Allegri #Juventus

Il famigerato e maldestro fotoscioppatore (forse vi ricorderete di lui per Ogni anno, nelle peggiori edicole degli stadi europei #dylandog #Juventus #crossover #erameglioquelladiguttman o per Un altro classico intramontabile. #juve #memeoftheday #filmoftheday) stavolta trasse evidente ispirazione per questo obbrobrio inverecondo dalla lettura disattenta della Morte del bel Giuoco di Righetto Sacchi da Graziarcàcoitreolandesiciriuscivapureminonnaincarrozzella e dall’omonima tragedia prosopopeica di Leleadani del 2018, che venne oscenamente replicata su Sky nel 2019. Il momento raffigurato è proprio quello in cui Allegri, alzatosi e sceso dal seggio della panchina juventina per cercare di difendersi, si accorge della presenza di Dybalyno no-mask, suo figlio adottivo, che vigliaccamente lo colpisce senza guardarlo in faccia. Sullo sfondo è collocato il gruppo di senatori dello spogliatoio bianconero, che osservano il cruento esonero del Max, increduli e terrorizzati. Particolarmente ferino lo sguardo di Pavel, che percuote violentemente con un nodoso bastone il malcapitato, reo a suo avviso d’aver usato troppo la carota, lasciando che la squadra indugiasse in comportamenti oziosi poco in linea con lo spirito pugnace emblema e paradigma della compagine sabauda. Alla sinistra, Ottavo Fabio Paratico, apparentemente distaccato, partecipa invece attivamente all’esecuzione, agendo proditoriamente alle spalle dell’acciughino e telefonando al contempo al suo ancora anonimo successore salentino. La voluta disproporzione della dimensione della testa di Andreino lascia metaforicamente intendere il pensiero dell’artista, che interpreta così il ruolo marginale avuto dall’Agnelli nell’amara vicenda, oltre che, a parere personale del critico, una certa qual ridotta capacità di pensiero quadridimensionale del futuro prossimo cempionico juventino.

Idi di Maggio. Bottega del Bottaio. Olio su tela, 2019. Pinacoteca Cooperiana. #Juventus #Allegri

Quattro ristoranti e un matrimonio a Cosenza e dintorni.

Metti che decidi di fare il passo più lungo della gamba, ma in stile minimal. Una linda dozzina di partecipanti, senza barriere architettoniche e con budget ridottissimo, cercando possibilmente di non avvelenare i commensali con robaccia invereconda da catena di montaggio mangereccia. Una cosina facile così, insomma. Intima. Golosa. Serena. Girovagando e assaggiando qua e là negli ultimi mesi, la selezione si è via via ridotta ai quattro ristoranti sottocitati, in competizione agguerrita e involontaria. Il risultato è stato comunque interessante, per tutte le tasche e i palati.

Tredici Canali – Cosenza vecchia

Location 8

Zona suggestiva, tra centro storico e villa comunale. All’ingresso, mi accoglie una bella moto custom parcheggiata in reception. Mi piasce, ma non c’azzecca molto col resto del locale e con l’impronta raffinata per altospendenti del menu.

Servizio 8

Menu 7

Totalmente fuori target per i miei scopi, con scelte inusuali, pretenziosamente raffinate e ingredienti di buona qualità.

Conto 4

Si spende tanto, decisamente troppo per i miei gusti. Ok, la qualità si paga, dicono, ma poverello il mio bancomat.

Antica locanda del povero Enzo – Cosenza centro

Location 7

Localino piccolino, patatino. Inadatto ai miei scopi, ma mi garba.

Servizio 7

Menu 8

Cucina toscana doc. E si va pure di tartufo, ovvìa. E allora ditelo. Tutto buono, ma non ancora eccelso.

Conto 5

Anche questo, bocciato per questioni di portafogli, ch’è tornato a riveder le stelle. Per il salasso, però.

Al vecchio ulivo – Contrada Cozzo Presta

Location 6

Per arrivarci, tra il nevischio e i lavori in corso su tornanti stile rally, con provetti piloti che ti sfrecciano per vedere se è poi così difficile morire, i brividi non mancano di certo. L’interno è rustico e accogliente, da osteria numero uno. Paraponz… ok, mi taccio.

Servizio 8

Menu 7

Parola d’ordine: Cinghiale. E pizza. Essendo io un potenziale incrocio tra Obelix e Joey, mi va benone.

Conto 9

Perfetto per i mie scopi, peccato per le barriere architettoniche che me lo hanno fatto bocciare a malincuore.

Il Nostro – Casali del Manco

Location 8

Relativamente facile da raggiungere, appena fuori città. Ampio parcheggio e stabile rustico ben ristrutturato. Semplice ed accogliente pur nel bel mezzo d’una tormenta nevosa.

Servizio 9

Menu 9

Cucina tipica cosentina with a twist. Piatti ben presentati e ingredienti di qualità. Meravigliosi la fonduta ai tartufi e il goulasch goulasch a mammt (cit.).

Conto 8,5

Essendo il prescelto e il personale vincitore della disfida, va detto che il rapporto qualità/prezzo è tutto sommato più che accettabile, persino per le mie esangui finanze.

Per le prossime puntate di questa goduriosa rubrichina (Qui la prima, mitica puntata a Torino), attendo sempre quei munifici mecenati di cui è pieno il web intiero. Io sono qui, sono venuto a mangiare e di nascosto a notare.

E tutto d’un tratto, il trenino!

Another season, another reason, for Making whoopie.