Panze

Dal vangelo apocrifo inCoronato secondo me.

Io ho un magnetismo: guardo un piatto e dopo un attimo sono lì che me lo mangio. Una delle mangiate più belle degli ultimi tempi è stata al ristorante 13 canali a Cosenza. Non me la posso proprio dimenticare. Mi stavo accomodando, arriva una cameriera indigena, mi accorgo del suo menu in pelle umana, della sua carta di vini da ennemila euro. Mi guarda, io guardo lei, dopo due minuti cominciamo a ordinare come dei pazzi al tavolo del ristorante. Questo sono io. Basta uno sguardo, e via.

Nel periodo di follia post-dieta ho avuto una marea di spanzate. Sono stato al Povero Enzo a Cosenza, ma come ho detto tra noi l’alchimia culinaria non c’era. Sono stato con una catering star, ma anche in quel caso, mi volevo solo divertire. Ho rivisitato un mio vecchio ristorante, il Pellicano, ma era per un battesimo. Successivamente ho avuto altre mangiate occasionali. Una storia di pizze con Rosso Pomodoro, noto franchising simil napoletano. Ripeto, con lui l’intesa pizzaiola era altissima, una delle più grandi abbuffate che mi sia fatto. Ho mangiato una gran pizza anche da Sorbillo, che avete visto alla Prova del Cuoco.

Bohemian Rhapsody e fast Freddie

“Being human is a condition that requires a little anesthesia”

Bohemian Rhapsody, il film. E i Queen e Freddie Mercury. Parliamone. Premetto che, in genere, non sono particolarmente appassionato di biopic musicali. La necessità di condensare le moltitudini di sfaccettature dell’animo umano, il rischio di edulcorare o omettere gli aspetti più controversi della vita d’un artista, per motivi legali e non scontentare i fans, porta inevitabilmente a concedersi imbarazzanti e spesso imperdonabili licenze poetiche.

È il caso anche di questo film. Epperò, coinvolge, emoziona, commuove quasi, pur nella sua disonesta ricostruzione storica, per l’onestà di fondo nel tratteggiare l’essenza della maschera grottescamente tragica di Freddie. Citando un altro perfido albionico:

Although I laugh and I act like a clown
Beneath this mask I am wearing a frown“. Controverso, perverso, inverso. Ben lo sa anche Bryan Singer, registone licenziato durante la lavorazione del film in circostanze quantomeno oscure, a quanto si dice non del tutto estranee agli eccessi mercuriani.

Ah. Un’altra lunga premessa doverosa è che per motivi anagrafici, la musica dei Queen è stata una saltuaria e gradita colonna sonora durante la mia infanzia e oltre. Tuttora, nella mia playlist ideale, il buon Freddie ricorre assai spesso. Forse e sorprendentemente anche più dei miei amati Bitols, degli Stones o Dylan. Ricordo pure che a fine anni 70 i Queen erano un gruppo considerato tutto sommato un po’ kitsch, non fighissimo, non come i Floyd o gli Zeppelin, non certo come i Clash, i Pistols o gli emergenti Cure, insomma. Eppure, già allora non li disdegnavo affatto. Tanto da farmi scrivere sul diario i testi di qualche canzone da una mia compagnuccia di scuola. Ricordo l’apparizione a Sanremo con il logo Totip dietro, Beppe Grillo che ci scherza su raccontando d’aver detto loro che era la traduzione del nome della band in italiano. E poi, le colonne sonore. Ornella Muti e Mariangela Melato in Flash. Radio Ga Ga e Metropolis. Highlander e la tristerrima Who wants to live forever. Ma anche le mie musicassette autoprodotte Best of per l’autoradio, in cui inserivo persino l’improbabile Pain is so close to pleasure, oltre alle inevitabili del Greatest Hits I. E il Live Aid seguito in Tv, al mare, nell’85, comprando pure il megamagazine di Rockstar con le fotone dei partecipanti. Queen compresi, ovviamente. Ricordi sparsi, non del tutto sbiaditi, fino alla profonda tristezza nel vedere le ultime immagini di I’m going slightly mad. Insomma, Freddie è un’icona, uno di famiglia, come Gilles, come Jim, come Ayrton, come John (Belushi). Com’era che diceva? “Vivi velocemente, muori giovane e lascia un bel cadavere“. Ecco. A Freddie, nonostante l’aura un po’ sinistra del suo lato oscuro, ci volevo bene, ci.

E allora, dando per assodata la sospensione del senso critico sulla veridicità di quanto raccontato nel film, proverò in breve a raccogliere confusamente un po’ di sensazioni a caldo.

Giudizio critico: sorprendentemente intenso. Rami Malek è bravo bravo, eh, pur se lontano dall’impersonificare completamente Freddie come fece Val con Jim, ad esempio. A mio parere, sarebbe forse più simile e adatto per rifare Mick Jagger, invero. Comunque, abbastanza credibile, via, considerato il prevedibile sforzo stanislasco per studiarne maniacalmente tutte le mossette e movenze. Sputati gli altri tre. Il film, pur evitando di scadere nel morboso, nel patetico e nel macabro, lascia intuire molto del tritacarne in cui è stato frullato, digerito e poi evacuato il nostro eroe, vittima e carnefice di se stesso e del luccicante mondo dello showbiz. Meccanismi non dissimili da quelli che ci hanno privato anzitempo della compagnia della meglio gioventù canterina mondiale e che hanno a che vedere con la frase citata all’inizio. La musica, i processi creativi e mentali che la generano, il lavoro simbiotico di un gruppo, le tensioni disgregatrici interne ed esterne, l’altare, la polvere. Difficile condensare il tutto meglio di così, senza renderlo noioso, indigesto, inverosimile. E questo non è risultato da poco, coi biopic che corrono.

Anyway the wind blows…

Robottoni. Robottoni ovunque.

Metti che una sera tuo fratello voglia distrarsi un po’, lobotomizzandosi con un bell’action movie di nuova generazione, di quelli con effetti speciali, colori ultravivaci, volume a palla e tutto il cucuzzaro di stereotipi in Dolby Surround. Metti che pure tu sei in un’eterna fase onnivora, per cui essè o blockbuster per me pari sono, del mio core l’impero non cedo. Contengo moltitudini come fossi una moltisala. E così, parte Pacific Rim – La Rivincita. Ché, poi, rivincita de che, esattamente? Boh. Io del primo match avrò sì e no assistito all’inno iniziale e alla fase di riscaldamento, prima di slippare nell’unconsciousness più totale. Ma vabbè, ariproviamoci. Mostri bruttibruttibrutti che sembrano usciti da un cartone di Goldrake, Mazinga o Jeeg Robot (sigh) messinsieme minacciano la Terra e, ma va’?, Tokio in particolare. I Jagermaister devono corcarli di mazzate a due shottini la volta, onde evitare di far zompare in aria il Sacro Monte Atari, cosa che distruggerebbe il mondo intiero e mi renderebbe oltremodo trishti e pieno di saudjadji. Nel frattempo, però, si radono al suolo in scioltezza grattacieli, strade, ponti e robottini minori, in un massacro di computer grafica che non si era mai visto dal primo episodio e mi trasmette un senso d’ansia depressiva post traumatica. E insomma, mi fa sentire troppo vecchio per queste stronzate. Comunque, tutto si developpa secondo la prassi, eh. Il filmetto è godibile, per chi ama il genere. E ce ne sono tanti, di amatori. Troppi. Escono dalle fottute pareti. E quindi, già do per scontato che ci sarà certamente un terzo, quarto, miliardesimo sequel, sempre più costosamente caciarone, sempre più spettacolarmente e meravigliosamente inutile. E così, quella parte della mia anima snobisticamente d’essè, che sembra quasi non ci sia e invece c’è, si stupisce ancora che non si sa se cacceranno mai un’equivalente barcata di soldoni per dare un senso e un seguito al mio amato Twin Peaks. Ché David ormai c’avrebbe pure ‘na certa e dovrebbe pure sbrigarsi a quagliare. O tempora, o mores. O ccheppalle, stacce, Cuperi’. Essù.

La risposta è… (spoiler)

Finito giusto ora di leggere Hocus Pocus. Kurt Vonnegut. Letto in inglese, come piace a me, per esercizio e diletto, con la solita punta di narcisismo q.b. Traduttore sempre attivo, di corsa. Su iPhone con Google o su Kindle, con il vocabolario direttamente da reader. 1-0 per il Kindle e book al centro. Ché poi, chissà perché i vocabolari su iBooks prima ci fossero, poi siano misteriosamente spariti, all’incirca intorno al momento della presunta dipartita di zio Stiv. Forse facevano parte del suo patrimonio personale e magari gli eredi l’hanno venduti sottobanco ad Amazon. Vallo a sapere. Vonnegut, dicevo. Consigliatomi da un magnifico compagno di fede juventina, grandissima penna, conosciuto eoni fa su Usenet. Un fine intellettuale, cervello in fuga, esiliato in Francia per motivi culinari. Non smetterò mai di ringraziarlo per la dritta libraria. Mattatoio 5, tanto per cominciare. Gli altri sarebbero venuti da sé. Anfatti. È già passato qualche anno. Sono un lettore lento, pigro e inesorabile. Centellino come fossero nobili distillati i libri buoni. E purtroppo, li dimentico con inversa velocità. Ah, lo Zio Kurt. Ne ha scritti un bel po’, di capolavori. Assurdi, stravaganti, improbabili. Eppure, così godibili, diretti, onesti nello smascherare le piccole e grandi meschinità della natura umana, senza mai giudicarle. Come un osservatore esterno Tralfamadoriano. Lui assistette al bombardamento di Dresda. Salinger entrò tra i primi nella Auschwitz liberata. Dickens era stato in fanciullezza Oliver Twist e/o David Copperfield. Hemingway, al fronte che mormorò. Traumi che segnano la vita, lo stile e soprattutto intrecciano il fil rouge dell’opera di uno scrittore. Le meschinità, dicevo. Vonnegut le prende come un dato di fatto inoppugnabile, come in una formula chimica, proprio come farebbe Walter White. To’, guarda. Vonnegut studiò chimica, pure lui, come il mefistofelico Heisenberg. E la passione o comunque il pallino per i numeri emerge anche in Hocus Pocus. Il protagonista termina il racconto con un problemino algebrico da risolvere, per i lettori più attenti (io invece ho dovuto googlare. La natura umana, dicevamo). Gli elementi dell’equazioncina sono disseminati nel libro. La soluzione darà il numero esatto e coincidente delle persone uccise e delle donne amate dal nostro antieroe.

And in the end the life you take

is equal to the love you make.

Avrebbe cantato Paul, se solo non fosse morto. Il numero è sorprendentemente quasi il doppio più alto dell’arcinota costante di Douglas. Ma questo è un dettaglio buono giusto per gli amanti della statistica, com’io pur fui, in una mia vita passata. Ciò che conta davvero, è la cifra stilistica. L’inerzia del libro. Il buon prospetto. La barba al palo. Il pallone facile preda dell’avversario. Luoghi comuni, frasi fatte, formule magiche. E non c’è niente da capire. Solo godere del piacere della lettura, lasciando vagare la mente, sciacquandosi i panni alla fonte altissima, purissima di zio Kurt.

“Giusto perché qualcuno di noi può leggere e scrivere e fare un po’ di matematica, questo non vuol dire che meritiamo di conquistare l’Universo”.

Già.

Next stop: Timequake. Che poi sarebbe l’ultimo, al netto delle raccolte di briciole varie che pian piano raccatterò per strada.

Hanno ucciso l’Uomo Ragno. Ancora.

Confesso di aver infinity buchi da tappare nel floriregio di film, fumetti e varie che mi sono perso dal mio primo contatto con l’universo Marvel. Parliamo di metà degli anni 70. Editoriale Corno. Albi con retro cover gialla. Il che mi fece incidentalmente scoprire che scarabocchiandoci con la bic blu (orrore per ogni collezionista: il cuginetto/nipotino pestifero che rubacchia i giornaletti e li deturpa per sempre. Colpevole, anche di questo, vostro onore). Comunque, per dire, nel mio romanzetto di formazione popolare, c’è un capitolo importante da dedicare ai colori sgargianti delle calzamaglie dei supereroi, ai loro superproblemi. Ai cattivoni improbabili, il domatore simil-Freddie Mercury, capimuartu russu e nazista, MagnetoElectroOctopusLizard, che poi dici che studiare fa bene. I miei preferiti, l’Uomo Ragno e la Torcia, i sogni di essere come loro o al limite Actarus, che Marvel non è ma quanto a calzamaglia, levati. E insomma, questo per dire che qualcosa da dire sulla faccenda ce l’avrei pure, modestamente. Il fatto è che io sono uno e loro sono milioni, come avrebbe detto uno che la sapeva lunga. E quindi, quando capita, recupero uno degli enne film di questa nuova e altrettanto infinita era di computer grafica che ha permesso di rendere fin troppo realistici e chiassosi i miei vecchi eroi. Roba forte. Forse non propriamente un toccasana per l’umore. Ma magari è solo la pesantezza da pranzo domenicale che si ripropone. Il fatto gli è che vedermi polverizzare Spider-Man, Black Panther e un’altra paccata di eroi della mia infanzia (dopo la recente e infamante dipartita di Han Solo e Luke, tra l’altro) nuoce gravemente al mio mood e incentiva il mio spleen. E allora? E allora so anche che per il prossimo film previsto per aprile i Vendicatori si vendicheranno da copione e si metterà tuttapposto. Maporcaputtana, però, quant’è bastardo Topolino.