Brevi pistolotti apocalittici non richiesti dispensansi. Astenersi perditempo. #amazzonia

Zio Kurt (Vonnegut) avrebbe probabilmente definito il climate change e gli incendi dolosi in Siberia e Amazzonia come il terzo tentativo di suicidio dell’Umanità, dopo i due fallimenti delle guerre mondiali. Stavolta, sono moderatamente fiducioso. Con l’aiuto dei nostri illuminati governanti, nostro specchio fedelissimo, peraltro, ce la faremo tranquillamente ben prima dell’asteroide e/o della terza cempionz della Juve.

Pearls to the pig (me). Sympathy for the devil #RollingStones #Vonnegut #songoftheday #quoteoftheday

Più che altro, questo è un promemoria per la mia, di memoria. Labile. Ma se riesco a ricordamene, potrei anche riderne, un giorno lontano, lontano, nel tempo. È un estratto da Timequake di Kurt Vonnegut. Una cosuccia da niente che fa dire al suo alter ego, Kilgore Trout. Del tipo perché siamo qui, il bene e il male e tutto il resto. Definitiva. Una cosuccia da ridere che mi frulla per il gulliver da un po’. Una mela al giorno. Già. Meglio del Prozac.

“In the beginning there was absolutely nothing, and I mean nothing” he said. “But nothing implies something, just as up implies down and sweet implies sour, as man implies woman and drunk implies sober and happy implies sad. I hate to tell you this, friends and neighbors, but we are teensy-weensy implications in an enormous implication. If you don’t like it here, why don’t you go back to where you came from?

“The first something to be implied by all the nothing,” he said, “was in fact two somethings, who were God and Satan. God was male. Satan was female. They implied each other, and hence were peers in the emerging power structure, which was itself nothing but an implication. Power was implied by weakness.”

“God created the heaven and the earth,” the old, long-out-of-print science fiction writer went on. “And the earth was without form, and void, and darkness was upon the face of the deep. And the spirit of God moved upon the face of the waters. Satan could have done this herself, but she thought it was stupid, action for the sake of action. What was the point? She didn’t say anything at first.

“But Satan began to worry about God when He said, ‘Let there be light,’ and there was light. She had to wonder, ‘What in heck does He think He’s doing? How far does He intend to go, and does He expect me to help Him take care of all this crazy stuff?’ “And then the shit really hit the fan. God made man and woman, beautiful little miniatures of Him and her, and turned them loose to see what might become of them. The Garden of Eden,” said Trout, “might be considered the prototype for the Colosseum and the Roman Games.”

“Satan,” he said, “couldn’t undo anything God had done. She could at least try to make existence for His little toys less painful. She could see what He couldn’t: To be alive was to be either bored or scared stiff. So she filled an apple with all sorts of ideas that might at least relieve the boredom, such as rules for games with cards and dice, and how to fuck, and recipes for beer and wine and whiskey, and pictures of different plants that were smokable, and so on. And instructions on how to make music and sing and dance real crazy, real sexy. And how to spout blasphemy when they stubbed their toes.

“Satan had a serpent give Eve the apple. Eve took a bite and handed it to Adam. He took a bite, and then they fucked.”

“I grant you,” said Trout, “that some of the ideas in the apple had catastrophic side effects for a minority of those who tried them.” Let it be noted here that Trout himself was not an alcoholic, a junkie, a gambler, or a sex fiend. He just wrote. “All Satan wanted to do was help, and she did in many cases,” he concluded. “And her record for promoting nostrutms with occasionally dreadful side effects is no worse than that of the most reputable pharmaceutical houses of the present day.”

Sympathy for the devil – il video con testo

Timequake is gone, the omnia is over, thought I’d something more to read #buoneletture

Avevo parlato di Hocus Pocus Qui e, come promesso, eccoci alla fine del mio viaggio Vonnegutiano, che avrà comunque qualche appendice, spero, prima di ricominciare tutto daccapo. Meraviglie dell’assenza/demenza di memoria. Riscopro cose dimenticate. Poi man mano le ricordo pure, ma con un senso di stupore fanciullesco. I protagonisti di questo libro, invece, sperimentano un fenomeno strano, un deja vu che dura dieci anni. Rivivono col pilota automatico un decennio, senza poter far nulla per cambiare il corso degli eventi già vissuti. Vi è mai capitato? Be’, comunque sia, gran bel libricino. Complimenti, zio Kurt. Ironico, tenero, cinico, un generatore infinito di aforismi per tutte le occasioni. Ne ho preparati alcuni, buoni per i cioccolatini.

Consiglio davvero di leggerlo, magari, in inglese, per non perdere tutte le sfumatur… no, è che fa più figo. E ora, si va di raccolte postume. E poi, chissà, si ricomincia con la saga di Potter. O i miei Peanuts. O Catcher in the rye. O l’almanacco Panini. O John Fante. Chissà. Perché questo è il bello di una scatola di libri. Non sai mai quello che ti capita. O forse sì. Comunque, non puoi farci nulla.

La risposta è… (spoiler)

Finito giusto ora di leggere Hocus Pocus. Kurt Vonnegut. Letto in inglese, come piace a me, per esercizio e diletto, con la solita punta di narcisismo q.b. Traduttore sempre attivo, di corsa. Su iPhone con Google o su Kindle, con il vocabolario direttamente da reader. 1-0 per il Kindle e book al centro. Ché poi, chissà perché i vocabolari su iBooks prima ci fossero, poi siano misteriosamente spariti, all’incirca intorno al momento della presunta dipartita di zio Stiv. Forse facevano parte del suo patrimonio personale e magari gli eredi l’hanno venduti sottobanco ad Amazon. Vallo a sapere. Vonnegut, dicevo. Consigliatomi da un magnifico compagno di fede juventina, grandissima penna, conosciuto eoni fa su Usenet. Un fine intellettuale, cervello in fuga, esiliato in Francia per motivi culinari. Non smetterò mai di ringraziarlo per la dritta libraria. Mattatoio 5, tanto per cominciare. Gli altri sarebbero venuti da sé. Anfatti. È già passato qualche anno. Sono un lettore lento, pigro e inesorabile. Centellino come fossero nobili distillati i libri buoni. E purtroppo, li dimentico con inversa velocità. Ah, lo Zio Kurt. Ne ha scritti un bel po’, di capolavori. Assurdi, stravaganti, improbabili. Eppure, così godibili, diretti, onesti nello smascherare le piccole e grandi meschinità della natura umana, senza mai giudicarle. Come un osservatore esterno Tralfamadoriano. Lui assistette al bombardamento di Dresda. Salinger entrò tra i primi nella Auschwitz liberata. Dickens era stato in fanciullezza Oliver Twist e/o David Copperfield. Hemingway, al fronte che mormorò. Traumi che segnano la vita, lo stile e soprattutto intrecciano il fil rouge dell’opera di uno scrittore. Le meschinità, dicevo. Vonnegut le prende come un dato di fatto inoppugnabile, come in una formula chimica, proprio come farebbe Walter White. To’, guarda. Vonnegut studiò chimica, pure lui, come il mefistofelico Heisenberg. E la passione o comunque il pallino per i numeri emerge anche in Hocus Pocus. Il protagonista termina il racconto con un problemino algebrico da risolvere, per i lettori più attenti (io invece ho dovuto googlare. La natura umana, dicevamo). Gli elementi dell’equazioncina sono disseminati nel libro. La soluzione darà il numero esatto e coincidente delle persone uccise e delle donne amate dal nostro antieroe.

And in the end the life you take

is equal to the love you make.

Avrebbe cantato Paul, se solo non fosse morto. Il numero è sorprendentemente quasi il doppio più alto dell’arcinota costante di Douglas. Ma questo è un dettaglio buono giusto per gli amanti della statistica, com’io pur fui, in una mia vita passata. Ciò che conta davvero, è la cifra stilistica. L’inerzia del libro. Il buon prospetto. La barba al palo. Il pallone facile preda dell’avversario. Luoghi comuni, frasi fatte, formule magiche. E non c’è niente da capire. Solo godere del piacere della lettura, lasciando vagare la mente, sciacquandosi i panni alla fonte altissima, purissima di zio Kurt.

“Giusto perché qualcuno di noi può leggere e scrivere e fare un po’ di matematica, questo non vuol dire che meritiamo di conquistare l’Universo”.

Già.

Next stop: Timequake. Che poi sarebbe l’ultimo, al netto delle raccolte di briciole varie che pian piano raccatterò per strada.