La solitudine del primo

Arcade machine. Anni 80. Le sale giochi, luoghi di perdizione frequentati da gente malfamata, che fuma, impreca e vive d’espedienti, fa letteralmente i salti mortali, corre a velocità folle, salta ostacoli d’ogni tipo, ingurgita strane pasticche che ti rendono apparentemente invincibile per un tempo piccolo e in realtà ti espongono a rischi terribili, come palline di flipper impazzite che vanno inesorabilmente sempre più giù. Oh, gravity, thou hearthless bitch. E poi menano che ti rimenano in mezzo alla strada, sparano a ogni oggetto più o meno volante e più o meno identificato, pure se fosse la Croce Rossa, che so’ sempre cinquanta punti. Quale fosse il mio arcade preferito è presto detto. Pole position. No contest. Circuito del Cairo. Ore e ore di training ossessivo compulsivo facendo la barba a macchine impazzite, tabelloni omicidi, pozzanghere d’olio micidiali, forze centrifughe e correnti gravitazionali, tutto d’un fiato in bilico tra Santi e crisi di nervi, concedendoti pure una doppietta virtuosistica quasi come in cinquecento. E tutto per quell’evanescente attimo finale e liberatorio, l’arrivo con la donnina discinta che alza il cartellone. E tu, fatto di sguardi e di sorrisi ingenui, tutto orgoglione, ti staccavi finalmente da quella tua appendice elettronica e ti guardavi intorno a vedere se potessi vantarti un po’ ed essere magari portato in trionfo dai tuoi anaffettivi amichetti. O magari e ancor più naivemente, di nascosto, un’improbabile qualcuna avesse captato quel momento di estasi pura e si fosse perdutamente innamorata di te, novello Gilles o Ayrton dal ciuffo ribelle, in un incrocio magico di sguardi ammiccanti, preludio a un’inondazione metaforica di champagne virtuale giapponese, per brindare a un incontro. E invece, al limite, t’eri guadagnato un “Cazzo guardi? Cellai con me? Ah, vabbè. C’avresti mica qualche spicciolo?”. Bei tempi, davvero. Groan.

Spectrum delle mie brame

L’anno, l’84. Quindi, verosimilmente, regalo di Natale. Mio cuggino m’aveva da poco indotto a stabilire il nuovo record personale di salivazione pavloviana facendomi vedere il suo Commodore Vic 20 e un giochino che Metal Gear scansate proprio, tipo uno Shuttle a scorrimento orizzontale che scansava perlappunto meteoriti e razzi vari nel blu dipinto di blu. Ovvio, dunque, giuocarmi la carta che sì bene avrebbe funzionato negl’anni a venire per indurre il mio generoso e mai troppo rimpianto papino ad allargare i cordoni della sua borsa, sì da garantire una formazione tecnologicamente adeguata alla giovani e avide menti della sua prole. “Sì, papi, giurin giuretta, il computer mi serve per studiare, programmare, è il futuro. Davvero, ci si può anche giocare? Maddai, figurati, quello è il Commodore, io voglio lo Spectrum…”. E così, eccoci, il mio bro e io, a spacchettare il nuovo gioiello di zio Clive (Steve chi? Il puzzone dell’Atari? Ne doveva mangiare di mele, ancora…), lo Spectrum plus. Settezentomilalire, è un prezzo di favor, per un concentrato di tecnologia albionica, nero, coi tasti finalmente non di gomma ma di plastica su membrana che se poi sparavi troppo forte con lo space a ripetizione erano cazzi e col cavolo che li riparavi. Ma questa è un’altra storia. Dov’ero rimasto? Ah, sì, lo Spectrum plus, dicevamo. Tecnologia del futuro. Basic preinstallato per programmarci su. Taaanta roba. E poi scoprivi il mondo delle cassette musicali che diventavano contenitrici di meraviglie infinite. Un cavettino semplice per collegare l’uscita e l’ingresso di registratore e computer. Un cacciavitino per regolare lo zenit. E poi, partiva il luuungo caricamento dei programmi con un rumore che era una musica. Prima di sapere cosa fosse un modem e internet. C’era quella melodia. E poi, il cavo antenna collegato alla tv a valvole anni 60 innrigoroso bianco e nero, la ricerca con la manopola del canale uhf che visualizzava lo schermo. La nitidezza del tv a valvole dumont. E poi, senza altro indugio, i giochini. In dotazione col pacchetto. Gli scacchi. Col computer che pure a livello d’oh ti facevano un culo così e capivi subito tante cose. E poi, l’amore mio. Jet pack. Una meraviglia nella sua semplicità e giocabilità infinita. Roba che ci stavi giornate intere, con buona pace del tuo papi che sorrideva sornione e bonario con un “lo sapevo io” scritto in faccia. E il mio edicolante di fiducia, la vecchina buona di Biancaneve che mi spacciava i nuovi numeri di special program e special playgames by G.B. Max, che piratava alla grande con un epsilon a piacere di differenza i giochini d’oltremanica. Un torrent ante litteram, a ben pensarci, però a pagamento. Lato B, Spectrum (che culo!), lato A, Commodore 64. E partiva d’incanto la diatriba su quale fosse meglio e perché. Guerra di religione seria, roba che manco Beatles/Stones, fasci/rossi, impermeabile/ombrello. Meglio non sbilanciarsi per evitare flame infiniti sul perché fosse meglio lo Spectrum punto e basta. Epperò, quanto i miei neuroni si siano esercitati indarno in quegli anni con match point, match day, atic atac, pac man e lunar jeep, lo sa solo il mio amato Spectrum. Prima che lo friggessi con un malsano collegamento d’interfaccia di joystick a computer acceso. Ma anche questa è un’altra storia…

Era una notte buia e tempestosa…

5251C788-12FB-4C6B-8EFC-35E18C3D25AEGenerazione Linus. Gente intorno ai cinquant’anni adesso, lustro più, lustro meno. Quelli che a fine anni 70 scoprivano i Peanuts, B.C., e poi negli 80 Calvin & Hobbes e più tardi persino Valentina di Crepax e Andrea Pazienza. Young ragazzini sempre poco allineati che rubacchiavano i giornaletti da zii e cugini più grandi, saltando per il momento a piè pari le pagine scritte e i fumetti più adulti. E insomma, il titolo di cui sopra rimanda inevitabilmente all’incipit delle novelle scritte a macchina da Snoopy, lo scrittore pasticcione per antonomasia. Il mio Eroe. E allora? E allora niente. Qui scriverò di tutto quel che mi frulla per il gulliver, provando a ricostruire i frammenti dei brandelli di ricordi della mia infanzia e poi adolescenza a tempo indeterminato. E chedduepalle. Vero. Per rendere il tutto più potabile, gugolanaliticamente interessante, guadagnare tanto da far invidia alla Ferragni e a Aranzulla e ritirarmi felice e contento su un’improbabile isola tropicale senza mosquitos, farcirò il tutto con ricordi di giochi da tavolo analogici co/senza parentame annesso, retrocomputing da pong in poi, tv in bianco e nero e poi a colori e poi in accaddi, musica analogica e poi digitale e strimpellatachediomiperdoni, racconti di bel calciuo e coppedeicampioni, libri che ho letto e non ricordo o non ho capito, fumetti e cartoon che ho amato da Topolino in poi, disastri culinari, fallimenti da nerd con q.i. troppo basso per atteggiarsi a Sheldon, e poi tutto il resto, in base all’umore del momento. Ché già mi pare abbastanza, come dichiarazione d’intenti, nevvero? Se solo me ne ricordassi ancora e la mia pigrizia mi desse tregua. Chissà.